L’eccellenza nella prestazione.

La vita è una sfida.

Questo è ben evidente nello sport, ma anche negli affari, sul lavoro e nella vita di tutti i giorni.

La nostra forza interiore per attivarsi del tutto attira a sé come un magnete una sfida adeguata con cui confrontarsi.

Conosciamo per esperienza il concetto di sfida, ma non del tutto quello di forza interiore.

Che cos’è la forza interiore?

È la Forza che ci contraddistingue nella nostra essenza di esseri umani e che ci caratterizza in modo specifico, consentendoci di essere ciò che siamo e di fare ciò che ci prefiggiamo.

È l’insieme delle nostre risorse interiori più profonde ed efficienti, che attendono soltanto di essere risvegliate e attivate, motivate all’azione.

Ho già scritto dell’importanza degli obiettivi specifici e della necessità di avere una meta precisa, una direzione ben definita e torneremo spesso su questo fondamentale argomento .

Una sfida, tuttavia, è qualcosa di più: è un obiettivo altamente motivante, che interpretiamo e viviamo come una gara, una competizione personale con noi stessi che ci induce al massimo impegno e a offrire il meglio di quanto abbiamo da offrire, in modo da raggiungere un particolare risultato.

L’eccitazione che nasce da un simile progetto sostiene la motivazione necessaria protratta nel tempo e si traduce in energia utile allo scopo, il pieno di carburante indispensabile per completare il viaggio e portarci a destinazione.

Quanto finora detto sottolinea l’importanza del saper definire obiettivi che per noi risultino particolarmente motivanti e sfidanti, confezionati adeguatamente per stimolarci di continuo a fare del nostro meglio, offrendo generosamente quanto abbiamo a nostra disposizione, senza calcoli al ribasso né alcun risparmio.

Vediamo ora bene come.

Occorre far sì che la nostra sfida e l’obiettivo ad essa connesso ci impegni totalmente, fino allo stremo delle nostre energie, in modo, dicevamo, che la nostra forza interiore si attivi e ci attivi, orientandoci verso un’azione specifica che siamo desiderosi di compiere, una piccola o grande impresa che vogliamo portare a compimento.

Dovrà essere un obiettivo eccitante, stimolante, che ci consenta di guardare e volare in alto, puntando al bersaglio più lontano.

La condizione necessaria però, quasi una sorta di prerequisito, è che l’obiettivo della sfida scelta sia pienamente realizzabile, alla nostra portata, un obiettivo realistico e fattibili, benché necessiti di tutti i nostri sforzi e di un impegno continuo per coglierlo, in cui quindi non abbiamo certo il modo e il tempo di annoiarci o di distrarci. Ma nemmeno di stressarci oltremisura.

Dobbiamo infatti stare attenti a non tirare troppo la corda, a non chiedere a noi stessi più di quanto siamo in grado di offrire, perché in questo modo l’attività svolta cesserebbe di essere piacevole, divertente, diventando soltanto motivo di ansia e di stress, facendo inevitabilmente precipitare i picchi della nostra performance, qualunque essa sia, tanto in ambito sportivo che lavorativo.

Ci si riferisce qui in modo particolare al distress, che diventa cronicizzato e debilitante, non tanto all’eustress, che invece svolge una funzione stimolante nei confronti dell’organismo, in un lasso di tempo tuttavia circoscritto.

Con una sfida adeguata alle nostre competenze e capacità non avremo di che stressarci e nemmeno di che annoiarci, perché l’attività che svolgiamo, e che riteniamo piacevole, ci spinge a concentrarci sul compito senza pensare ad altro: siamo interamente e piacevolmente assorbiti da quel che facciamo, senza pensare ad altro, ad esempio al risultato della performance, tant’è che sprofondiamo in una condizione in cui il tempo e lo spazio così come li conosciamo risultano del tutto stravolti, senza i consueti e rigidi parametri e confini convenzionali, e noi possiamo scivolare e fluire oltre e tra gli stessi senza attriti, con minori resistenze e impatti, poiché anche il nostro ego diventa meno ampolloso o spigoloso, più morbido e privo di ogni consueta rigidità.

Questa situazione ci introduce ad uno stato superiore di coscienza, una condizione ottimale in cui esprimere al meglio noi stessi per ottenere l’eccellenza nella nostra prestazione non è soltanto possibile ma persino piacevole, divertente e, tutto sommato, neanche troppo difficile, purché rispettiamo le consegne.

Certo, nel flow tutto sembra semplice, possibile e lineare, ma non è per nulla facile riuscire ad entrare in questa condizione; essendo uno stato interiore particolare, un livello di coscienza, è qualcosa che perlopiù accade da sé.

Il nostro compito è “soltanto” quello di fare in modo che accada, facilitando e agevolando tale situazione, eliminando le possibili interferenze. Predisponendoci insomma nello stato d’animo ideale, con l’atteggiamento più adatto, rispettando le condizioni necessarie cui si faceva riferimento in precedenza.

FLOW: UNA FORMULA VINCENTE

 

Questo stato di flusso ottimale della coscienza è il flow, così come l’ha definito, Mihaly Csikszentmihalyi, un ricercatore e psicologo di origine slava, trapiantato da molti anni in America,  che ne ha studiato gli effetti attraverso lunghe e meticolose sperimentazioni condotte in una ricerca ventennale, incominciata dalle rilevazioni su artisti durante le loro prestazioni creative.

Lo studioso ha rilevato in tali osservazioni dei momenti di rapimento, note ai mistici come esperienze di estasi, e agli sportivi come momenti indimenticabili di trance agonistica, in cui tutto riesce perfettamente e con semplicità, senza un particolare sforzo: momenti di flusso privi di ego.

Veniamo, a detta dell’autore, a definire puntualmente i nove requisiti dello stato di flow:

  1. Perfetto bilanciamento tra sfida e capacità.
  2. Coscienza consapevole in azione.
  3. Chiarezza d’intenti.
  4. Feedback continui e inequivocabili.
  5. Concentrazione sul compito.
  6. Controllo non direttivo, senza preoccupazione.
  7. Coinvolgimento senza ego.
  8. Destrutturazione temporale.
  9. Esperienza autotelica, piacevole in sé.

L’esperienza di flow risulta dunque possibile quando si raggiungono alcune di queste condizioni interiori, e diventa sempre più intensa in relazione a quanto e come si riesce  mantenere durante la performance queste stesse caratteristiche combinate con le nostre attitudini e potenzialità, che insieme garantiscono un picco nella prestazione, consentendoci l’eccellenza.

Il tutto nasce, proprio come l’abbiamo descritto, dal saper scegliere e definire perfettamente l’obiettivo sfidante, in modo che ci stimoli al punto giusto, senza mai annoiarci e nemmeno stressarci al punto da pregiudicare la performance.

L’azione svolta coinvolgerà del tutto la nostra coscienza, mantenendoci, vigili, presenti e consapevoli, sempre coscienti di un intento chiaro e ben definito rispetto al compito scelto.

Durante la performance faremo in modo di ricevere feedback e restituzioni positive, tanto da noi stessi che dall’ambiente esterno, le quali ci rassicureranno circa l’andamento e la bontà di quanto stiamo facendo, stimolandoci ulteriormente a proseguire in questa direzione.

La concentrazione sul compito sarà totale e circoscritta all’azione, tanto che escluderà tutto il resto, ogni genere di interferenza e distrazione fuorviante; una sorta di attenzione rilassata che ci consentirà di mantenere il controllo ma anche di perderlo a tratti, senza avere tuttavia la sensazione che questo sia grave, ovvero senza alcuna preoccupazione in merito.

L’ego in questi frangenti smarrisce parzialmente la propria identità, destrutturandosi, riconoscendosi e identificandosi nell’azione, perdendo di importanza rispetto ad essa.

Anche il tempo e lo spazio subiscono nella nostra percezione delle sensibili modificazioni, dilatandosi o contraendosi in relazione alle necessità dell’azione svolta.

E, soprattutto, nel fare tutto ciò ci divertiremo un sacco: il piacere di fare prenderà il sopravvento su tutto il resto, anche sulla preoccupazione e sul timore di sbagliare, o di riuscire, consentendoci di perderci piacevolmente nell’azione ottimale, ma senza conseguenze negative.

In questo modo raggiungeremo l’eccellenza, sperimentando uno stato di coscienza superiore: il flow.

 


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