Il self coaching nel tennis rappresenta l’arte di istruire e guidare continuamente se stessi, in modo consapevole, in campo e fuori.

Il coaching, in generale, è una disciplina che consente di individuare e costruire correttamente gli obiettivi e i corrispettivi piani d’azione con cui realizzarli.

Più precisamente, secondo il compianto Sir John Withmore, esperto coach di fama mondiale, compito del coach è “Accompagnare la persona verso il massimo rendimento attraverso un processo autonomo di apprendimento”.

Tim Gallwey, altro coach di fama mondiale, fautore dell’apprendimento naturale nel tennis e ideatore del gioco interiore, afferma che,  eliminate le interferenze della partita interiore, è possibile ottenere il massimo rendimento imparando naturalmente, e persino divertirsi.

A questo proposito utilizza l’acronimo RAD: Rendimento, Apprendimento e Divertimento.

Per accompagnare il tennista verso il suo massimo rendimento, apprendimento e divertimento, occorre un’équipe di esperti che ne curino tutti i piani e livelli, ovvero gli aspetti tecnici, fisici, emozionali e mentali.

Un prezioso lavoro di team, in cui accanto al coach di tennis ci sia almeno un coach professionista, esperto nei processi mentali ed emozionali, e un preparatore atletico.

Solo così il giocatore potrà esplorare ed esprimere se stesso a 360°, realizzando interamente il proprio potenziale e la Forza Interiore che gli appartengono.

L’obiettivo di questo impegno congiunto sarà quello, in accordo con quanto affermato in precedenza da Withmore, di aiutare l’atleta a migliorare continuamente il proprio rendimento, utilizzando un processo in cui privilegiare e stimolare l’autonomia e la responsabilità del giocatore, in modo che possa gestirsi e  governarsi da sé, con piccole correzioni offerte dal team.

Il tennista, infatti, in campo è solo ed è spesso costretto a dure ed estenuanti battaglie, che logorano dal punto di vista fisico, emozionale e mentale.

Senza quell’autonomia e la responsabilità cui si accennava, in campo crollerebbe, presto o tardi, ma inevitabilmente, proprio come un castello di sabbia.

Ecco perché istruire il giocatore ad un continuo self coaching nel tennis diventa un passaggio non solo auspicabile ma anche necessario.

Come fare?

Stimolandolo di continuo attraverso delle domande intelligenti che aiutino il tennista a prendere coscienza di sé e delle proprie azioni incrementando il suo livello di consapevolezza.

L’idea di base è che il giocatore possa e debba tenere sempre sott’occhio e monitorare in prima persona, con la massima attenzione, ciò che fa, quando, come e perché lo fa, e cosa accade esattamente quando lo fa proprio in quel modo, oppure lo fa diversamente o non lo fa per nulla.

È in questo modo che imparerà a diventare  maestro di se stesso attuando il self coaching nel tennis .

Pertanto, il bravo coach, indipendentemente  che si occupi dell’aspetto tecnico, mentale o fisico, è la persona che consente al proprio assistito di sviluppare autonomamente il potenziale che gli appartiene  in accordo con la specifica essenza, unica e irripetibile,  inducendolo continuamente ad apprendere da ciò che gli  accade, in relazione al modo in cui agisce.

Relazionarsi in modo efficace, nel tennis come nella vita, non è affatto facile, in quanto si creano spesso relazioni di potere basate sulle dipendenze e sugli attaccamenti morbosi, e strutturate su piani e posizioni differenti, quasi sempre asimmetriche, che non aiutano a crescere.

Non di rado, giocatori e allenatori si trovano dunque  invischiati in relazioni che non si rivelano affatto funzionali, né in campo né fuori.

Accompagnare l’atleta verso la presa di coscienza della propria responsabilità e dell’autonomia con cui attuarla concretamente, significa per il coach orientare l’altro verso il proprio self coaching nel tennis , in modo che in campo possa e sappia guidarsi da sé con la massima efficacia.

A questo proposito è interessante annotare quanto rivela l’ex campione tedesco Boris Becker sulla sua relazione di coaching con Novak Djokovic. Becker, da ex campione qual è, asserisce di sapere perfettamente di cosa ha bisogno un giocatore in certi momenti della partita, avendolo vissuto sulla propria pelle, e sa cosa il giocatore si aspetti durante la partita dal proprio coach: non è tanto un suggerimento su cosa fare, quanto una rassicurazione che gli consenta in qualche modo di cambiare atteggiamento per ripartire, alla ricerca di nuove soluzioni autonome, efficaci e funzionali.

Se il giocatore guarda al proprio angolo con insistenza, un po’ smarrito, la situazione è in parte già compromessa e forse la relazione con i diversi coaches, se c’è n’è più di uno presenti nel team,  non è stata impostata in precedenza nel modo corretto, ovvero sulla base di autonomia, consapevolezza e responsabilità.

In questo modo difficilmente riuscirà, quando necessario, ovvero nei momenti duri e difficili del match, ad avviare un processo efficace di self coaching nel tennis , che lo porterà a contattare gradualmente il proprio maestro interiore, e dunque a trovare soluzioni adatte.

Tuttavia, è naturale che il giocatore ricerchi dal proprio angolo quanto gli serve in campo, e Becker asserisce di essere d’aiuto a Nole Djokovic attraverso il suo linguaggio del corpo, che con lo sguardo e la postura serve di volta in volta a tranquillizzare, rassicurare,  incoraggiare e sospingere il campione serbo verso il suo self coaching nel tennis , in modo che trovi da sé le strategie più utili.

IL SELF COACHING NEL TENNIS DEI TOP PLAYER

Nel 2007, agli Australian Open, il tennista tedesco Tommy Haas, ex numero 2 del mondo, sfruttando pienamente un cambio di campo attraverso la tecnica del dialogo interiore, una delle 10 di cui ho scritto in un precedente articolo, riesce al 5° set a ribaltare la partita con il russo Nicolaj Davydenko, che è il favorito e ha appena chiuso l’anno precedente con il best ranking di numero 3.

Haas offre la dimostrazione pratica di una vera e propria sessione di self coaching nel tennis .

Grazie ai microfoni posti a bordo campo, si sente Haas lamentarsi per il suo pessimo gioco e per i troppi errori, mentre scuote la testa con un linguaggio del corpo per nulla rassicurante.

Haas utilizza soltanto una piccola parte di quei 90 secondi per recriminare con il tipico linguaggio della vittima, dicendo che in campo gli accade sempre la stessa cosa, poi il suo atteggiamento cambia, da campione qual è, quindi inizia a ripetersi più volte che non è più disposto a tollerare quell’atteggiamento e nemmeno tutti quegli errori. Si dice che, da quel momento in poi, inizierà una nuova partita.

Così in effetti sarà! E risulterà la cavalcata finale di un giocatore con l’atteggiamento vincente.

Ma senza la sua capacità di self coaching nel tennis non sarebbe stata possibile.

Proviamo ora ad analizzare il modo in cui Haas ha ribaltato rapidamente la situazione.

Ha smesso di fare la vittima, si è ricordato del suo obiettivo di prestazione, ha rinnovato la motivazione incitandosi, ha individuato un piano d’azione, ovvero cambiare atteggiamento e limitare gli errori non forzati. E tutto in pochi secondi.

Magari le cose sarebbero anche poi potute andare diversamente, infatti Davydenko ha avuto un match ball a proprio favore, ma dopo quel cambio di campo anche in caso di sconfitta Haas sarebbe comunque uscito dal campo a testa alta e con un atteggiamento vincente, cioè senza intaccare la propria autostima, magari persino incrementandola, e questo è ciò che alla fine conta di più!

A detta di Andre Agassi, un altro grandissimo campione del passato, se la gente sapesse veramente cosa si dice un tennista con il proprio coach, capirebbe che il tennis è molto più che colpire la palla.

La sintesi e la rielaborazione dei loro dialoghi diventa poi parte essenziale della voce interiore del tennista in campo e del modo in cui questi utilizza costruttivamente il processo di self coaching nel tennis .

Nella sua stupenda biografia, il tennista di Las Vegas racconta del sodalizio con i propri coaches e sottolinea l’importanza di aver incontrato Bollettieri e poi Brad Gilbert, e anche il suo preparatore atletico Gil Reyes, poiché tutti in modo diverso lo hanno indotto a  esplorare i propri limiti portandolo a conoscersi meglio, in modo da rendere sempre possibile un efficace self coaching nel tennis e risvegliare il proprio maestro interiore.

Come per esempio faceva la grande Martina Navratilova prima di ogni match.

La pluri titolata tennista della ex Cecoslovacchia era solita prepararsi all’incontro con una sessione di meditazione che utilizzava come un prezioso momento di self coaching nel tennis .

Sola, nello spogliatoio, si concentrava su di un preciso punto della parete che la colpiva, magari evidenziando una macchia o una piccola crepa, un appiglio su cui poggiare il proprio sguardo e il corrispettivo focus interiore, facendo poi il vuoto mentale, distaccandosi da tutto il resto.

Così trovava la serenità, la fiducia, la determinazione, la perfetta centratura, che le hanno permesso di vincere 59 prove complessive del Grande Slam, di cui 18 in singolare.

QUANDO E COME APPLICARE SELF COACHING NEL TENNIS

Prendendo spunto da quanto precedentemente detto a proposito della Navratilova, che si serviva soprattutto del pre match per predisporsi mentalmente nel modo migliore all’incontro che l’attendeva, e del cambio di campo vincente di Haas, quando e come è ancora  possibile praticare il self coaching nel tennis ?

Beh, gli altri momenti chiave in cui applicare il self coaching nel tennis sono: lo spazio tra un punto e l’altro, alla fine del match, durante gli allenamenti in campo e la programmazione fuori dal campo, soprattutto in termini di  pianificazione, a breve, medio  e a lungo termine.

Ritornando per un attimo al pre gara e al cambio di campo, due momenti essenziali del match per predisporsi con il giusto atteggiamento alla sfida, esistono molti modi possibili in cui applicare concretamente il self coaching nel tennis , servendosi per esempio di un proficuo dialogo interiore che contenga mirate parole chiave, asserite con la necessaria persuasione verbale. Inoltre, un self coaching ben realizzato può servirsi in queste fasi della meditazione, del respiro, del rilassamento, della visualizzazione e di altro ancora, come visto nei precedenti post sul cambio di campo; accorgimenti che occorre recuperare e mettere in pratica per arricchire il nostro bagaglio tennistico.

Per esempio, Daria Gavrilova utilizza al cambio di campo un promemoria da rileggere su cui sono fissati dei punti e delle parole chiave, e altrettanto fanno molti altri giocatori e giocatrici del circuito maggiore.

Tra un punto e l’altro, servirsi del self coaching nel tennis significa rammentarsi quando occorre dei propri obiettivi di prestazione, e anche di quelli più a lungo termine, per rinnovare la propria motivazione.

Vuol anche dire individuare delle strategie e dei piani d’azione ben adeguati, strutturati sulla base della conoscenza di sè, dell’avversario e del particolare momento dell’incontro. E, ancora, individuare e visualizzare perfettamente la giocata più utile da fare, costruire un dialogo interiore adatto alle circostanze, calmarsi o incitarsi quando occorre in modo da attivarsi sempre in modo corretto in relazione agli umori interni e alle circostanze esterne. E comunque, prima di ogni punto è sempre necessario resettarsi e prendere distanza dalle proprie emozioni, soprattutto quelle nocive che appartengono alle nostre zone erronee, magari applicando i 4 passi suggeriti da Loher: decontrazione e rilassamento muscolare, camminare lentamente respirando in profondità, sistemare le corde della racchetta riavvicinando l’attenzione, riattivarsi fisicamente.

Insomma, considerato il breve tempo a disposizione, tra un punto e l’altro occorre agire come ad un cambio di campo ma in modo più rapido e sintetico, servendosi di volta in volta anche delle sollecitazioni conseguenti ai feedback provenienti dall’ultimo punto appena giocato.

Alla fine del match, il self coaching nel tennis ci suggerisce di applicarci consapevolmente ad una disamina dell’incontro giocato, traendo considerazione da tutti i punti di vista: tecnico, mentale, tattico, fisico.

La massima di cui tenere sempre presente è che a volte si vince, e tutte le altre si impara, quindi qualunque sia il risultato occorre prendere consapevolezza della nostra condotta di gara.

Essendo il self coaching nel tennis un’arte preziosa, ossia quella di saperci condurre e guidare autonomamente, durante i nostri allenamenti, qualunque siano i feedback e le indicazioni dei nostri coaches, siamo noi personalmente a dover ben modulare e dirigere la barra del nostro timone, apportando le necessarie modifiche in base al nostro sentire.

E fuori dal campo, infine, molte sono le cose da fare, le azioni da compiere in relazione al self coaching nel tennis , in quanto il giocatore deve continuamente verificare le coordinate della propria direzione, gli obiettivi sfidanti da rincorrere, i piani d’azione con cui attuarli, il livello della motivazione, il proprio livello di stress, di tenuta, di attenzione, concentrazione, consapevolezza, e così via.

Il tutto rincorrendo il necessario piacere, benessere e divertimento, una ricetta preziosa di cui il tennista non può privarsi se desidera evitare il rischio di improvvisi e pericolosi black out, magari anche forieri di una rottura prolungata o definitiva.

Il viaggio del tennista è, infatti, un cammino a lungo temine, in cui occorre ponderare ogni passo e risparmiare preziose energie.

SCHEMA RIASSUNTIVO DI SELF COACHING NEL TENNIS

Ecco ora una tavola riassuntiva che sintetizza perfettamente quanto detto a proposito dei momenti e della modalità più indicata per praticare il self coaching nel tennis , in modo che risulti quanto più mirato e funzionale possibile.

  • PROGRAMMAZIONE ANNUALE: Obiettivi Sfidanti – Piani d’Azione a Breve, Medio, Lungo Termine
  • ALLENAMENTO: Atteggiamento Impeccabile – Training Mirati – Modulare – Affidarsi al Sentire
  • PRE GARA: Predisposizione Psicofisica – Concentrazione – Focus – Corretta Attivazione
  • CAMBIO DI CAMPO: Dialogo Interiore – Promemoria – Rilassamento – Rielaborazione
  • TRA UN PUNTO E L’ALTRO: Reset – Distanza Emotiva – Strategia – Visualizzazione – Rituali
  • POST GARA: Disattivazione – Disamina – Analisi – Considerazioni – Celebrazioni
  • PROGRAMMAZIONE SUCCESSIVA: Possibili Aggiustamenti – Cambiamenti – Nuovo Focus

Insomma, in considerazione di quanto detto finora, possiamo affiancare il concetto di self coaching nel tennis a quelli di consapevolezza, responsabilità, autonomia, maturità, lungimiranza, lucidità, presenza, strategia, allineamento, resilienza, motivazione, centratura, programmazione.

Stiamo in verità parlando dell’a b c della prestazione, una conoscenza pratica che non può prescindere dal vocabolario del tennista che desidera migliorarsi di continuo.

Infine, se desideri davvero diventare maestro e coach di te stesso, ricorda di essere sempre presente a te stesso, nel pieno della tua consapevolezza.

Bada dunque a ciò che fai, a come lo fai, e a cosa accade quando lo fai.

Questo è anche ciò che generalmente si intende per mindfulness: una mente piena, cosciente, consapevole, che si metta finalmente alla guida della tua splendida macchina biologica.

Nel tennis, come nella vita, non c’è nulla di più importante.

Parola di Coach! gianfranco santiglia parola di coach


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