La nostra esplorazione nell’ambito della performance ottimale continua analizzando tre importanti potenzialità  che possiamo mettere in gioco tanto in ambito sportivo che professionale.

Sobrietà, Tolleranza e Umiltà, analizzate in questo post, arricchiscono notevolmente il nostro vocabolario essenziale per realizzare una performance ottimale.

SOBRIETÀ

Il mantra della sobrietà è “nulla di troppo”, iscrizione peraltro presente fin dall’antichità nel tempio di Apollo, a Delfi.

Iniziamo quindi a togliere tutto il superfluo, cosa rimane?

Togliamo le sovrastrutture, le false credenze, i pensieri limitanti, le zavorre, i carichi e i pesi inutili e ingombranti, rimarrà soltanto l’essenziale. Se eliminiamo gli eccessi, il troppo che stroppia, che distorce, interferisce, confonde, appesantisce, oscura la nostra vera indole, imbocchiamo finalmente un circuito virtuoso potenziante che esalterà i nostri doni, e potremo lasciarci finalmente alle spalle il circolo vizioso depotenziante che, pur nella falsa abbondanza, da tempo ci impoverisce lasciandoci credere proprio il contrario.

Infatti, come moderazione, frugalità e soprattutto essenzialità, la sobrietà risulta un valore imprescindibile che ci spinge a rimuovere ogni eccesso e inutile ingombro che diventa un ostacolo al riconoscimento e all’espressione della nostra stessa natura.

La sobrietà è dunque la consapevolezza di ciò che è indispensabile, tagliando fuori tutto il resto.

Eppure, paradossalmente, questo minimalismo anziché diventare deprivazione si rivela esaltazione, in quanto consente alla nostra vera natura essenziale di emergere in tutta la sua statura, supportata dal suo reale potenziale. Non c’è dunque in questo alcun sacrificio, tutt’altro.

Viaggiare leggeri quanto più possibile, come suggerisce la sobrietà, non è soltanto auspicabile ma anche necessario nella chiave di una performance ottimale : ci spinge a selezionare le priorità stabilendo le precedenze, per poi soddisfarle. Ma occorre prima liberare le fondamenta da tutte le sovrastrutture non necessarie che appesantiscono il tempio del nostro Spirito. Così lo si alleggerisce dei pesi superflui e si alimenta invece il nostro personale bagaglio di potenzialità, risorse non più nascoste ma messe ora in evidenza, poiché, appunto, non vi è più nulla di troppo, avendo fatto in precedenza la necessaria tabula rasa.

Un vecchio aneddoto racconta di Socrate che ogni volta che attraversava il mercato di Atene affermava: “È incredibile di quante cose non ho bisogno oggi”. E se lo diceva Socrate…

Su questa stessa linea si è continuamente mosso il minimalismo zen, votato al riconoscere la nostra essenza e autentica semplicità, come pure quella dell’universo. E se la filosofia ci offre conforto in tal senso, non è da meno anche l’arte: dopotutto il grande Michelangelo vedeva allo stesso modo la scultura e ribadiva la necessità di liberare ogni forma dalla materia deprivandola di ogni spazio ed elemento superfluo intorno all’oggetto.

Emerge allora attraverso queste voci la logica del sottrarre, togliere, eliminare, come peraltro consigliano tutte le antiche tradizioni del pianeta a proposito della via all’illuminazione.

La sobrietà è quindi una via illuminata che si contrappone a complicatezza, artificiosità e a tutto ciò che appesantisce e interferisce con il nostro bagaglio essenziale che dobbiamo rapidamente e con la massima facilità richiamare durante una performance ottimale .

Ecco allora che la sobrietà sgombra il nostro campo d’azione da ogni inutile interferenza alla nostra capacità di fare. In tal senso si guadagna qualcosa anche in termini di risparmio energetico, poiché azzerando lo spreco di carburante è possibile procedere con maggiore efficacia ed efficienza, limitando inutili sforzi e attriti.

Appare dunque evidente come molte delle nostre funzioni abbiano proprio bisogno della sobrietà essenziale, priva di fronzoli e orpelli, per esprimerci al meglio in ogni circostanza in cui ricerchiamo una performance ottimale .

TOLLERANZA

La tolleranza è una naturale e diretta conseguenza della profonda comprensione, accoglienza e della piena accettazione che siamo in grado di riservare a noi stessi e agli altri.

In questo senso è essenzialmente un atto consapevole d’amore, e l’amore moltiplica ogni energia: questo è un dato che dobbiamo tenere sempre presente anche nell’ottica della performance ottimale .

Quando la tolleranza si spinge fino ai confini della sopportazione estrema, e qui si unisce necessariamente alla pazienza, si evince ancor di più la capacità di comprendere, accettare, accogliere e amare, e anche di perdonare, soprattutto se e quando traballa la necessaria motivazione.

Proprio il perdono, tra tutti, può dunque essere considerato il gesto più estremo di tolleranza, e di amore, forse il più difficile, ma anche quello più necessario.

In relazione ad una performance ottimale , ciò che occorre in particolar modo  e con più frequenza perdonare siamo noi stessi: i nostri errori, le imperfezioni, le fragilità, le difficoltà che non riusciamo a superare, le debolezze, le paure…

È a noi stessi che dobbiamo per primi riservare questo profondo e sincero atto di amore che è il perdono, dimostrandoci incondizionatamente comprensivi e tolleranti.

Sì, perché senza questo atto di compassionevole tolleranza che ci spinge a perdonare i nostri continui errori e le apparentemente inaccettabili imperfezioni che ci contraddistinguono, è impossibile gestire al meglio noi stessi.

Difatti, senza l’indispensabile serenità interiore tipica della persona tollerante, è impossibile garantirci e inoltrarci in quello spazio sacro e protetto e sprofondare in quello stato di coscienza espanso e straordinario, di massima integrazione, in cui avviene la nostra performance ottimale .

È quel momento speciale in quel luogo magico in cui avvengono i miracoli, il qui e ora, al quale abbiamo accesso soltanto quando tutto dentro di noi è tranquillo, pacificato, integro, accettato e accolto nel cuore

Pertanto, finché non ti dimostri del tutto e sinceramente tollerante e non hai perdonato tutti i tuoi errori compiuti precedentemente, facendotene una colpa continua, ti porti dietro un’attitudine sbagliata che ti appesantisce oltremodo: sei inefficace, distratto, nervoso, irritabile, arrabbiato, e tutto questo ruba energie preziose alla tua impresa, qualunque essa sia. Soprattutto, sei ancora nel passato, anziché nel qui e ora, e sappiamo tutti che per una performance ottimale conta solo il presente, ed esiste solo quello.

Qui nel presente, nel qui e ora della prestazione, per la persona tollerante c’è totale accettazione, di sé e della situazione, non giudizio. Significa quindi aver smantellato, almeno parzialmente e temporaneamente, i concetti di colpa, giudizio, critica, castigo, punizione, sostituendo a questi quelli di comprensione, accoglienza, accettazione, amore, perdono, compassione, pazienza, sopportazione…

Il tipo tollerante è sempre in cerca di un nuovo circuito virtuoso che si sostituisca al precedente circolo vizioso, che è l’immagine del cane che si morde la coda.

Con questo nuovo processo che ha come obiettivo la piena tolleranza, noi tutti scegliamo e ci accompagniamo con delle specifiche attitudini che hanno sicuramente un impatto performativo di gran lunga migliore rispetto a dimostrare ed esprimere continuamente critiche e recriminazioni infruttuose rivolte a noi stessi e alle circostanze.

UMILTÀ

L’umiltà è la coscienza di essere tutti uguali dinanzi a qualcosa di molto più grande, che vale la pena di onorare e a cui è giusto inchinarsi con sincera modestia.

In questo senso l’umiltà conferisce uguaglianza.

È confrontarsi e subordinarsi ai dati di fatto della realtà, riconoscendola interamente per ciò che è, senza inutili voli pindarici, poiché l’umiltà ci ricorda di tenere sempre ben saldi i piedi per terra, ancorandoci al fermo suolo della realtà, da cui si prende forza anziché contrastarla e combatterla.

Una forza che giunge dal basso, direttamente da Madre Terra, e ci nutre integralmente.

Se la resilienza, in accordo con le sue caratteristiche proprietà, procede lungo vie d’acqua, l’umiltà avanza in profondità lungo la terra, impregnata degli umori di tutti.

Etimologicamente, il vocabolo umiltà deriva proprio da humus, ossia terra, e contiene tutte le possibilità insite nel potere della terra: crescere, sostenere, accogliere, nutrire, trasformarsi.

Per lo psicologo junghiano James Hillman, “Crescere è discendere”, ovvero radicarsi sempre più nella terra, nella realtà, nella vita, nella propria esistenza, adattandosi umilmente, in modo da crescere ed evolversi in armonia e semplicità.

Ci viene dunque suggerito di allinearci all’elemento terra, assecondandone volontà e intento.

“Piegati in silenzio” scriveva Omero, e Dante gli faceva eco distribuendo nei suoi scritti molteplici immagini simboleggianti la necessaria umiltà, come quella del giunco che resiste alle avversità climatiche e ambientali grazie alla sua umile attitudine a flettersi ed inchinarsi.

Dopotutto, la mitologia racconta sapientemente che la prima delle sette fatiche di Ercole riguarda proprio l’umiltà, e consiste nel ripulire le stalle di Atene dal letame: una prova per orientare l’atteggiamento, forgiare il carattere, plasmando l’ego per temprare lo spirito.

Solo così si può finalmente comprendere pienamente l’umiltà: un’attitudine interiore che non risulta affatto una fragilità o debolezza, ma anzi una vera forza che continua a crescere in noi prendendo spunto ed energia proprio dal basso, dal suolo, dalla terra, fonte perenne di nutrimento.

È proprio in questo senso, è stato detto, che gli umili erediteranno la terra, ovvero il dono, il nutrimento e la forza più grande, che si rigenera da sé continuamente, senza venire mai a mancare.

Per le sue caratteristiche specifiche, l’umiltà è una delle potenzialità inerenti alla temperanza, con la quale l’individuo si impegna a stemperare gli eccessi legati al proprio io ipertrofico.

Se l’orgoglio, e con esso la presunzione e l’arroganza,  è ignoranza e ribellione persino di fronte allo Spirito e alla propria essenza interiore, l’umiltà, in antitesi, è consapevolezza unita ad una sincera accettazione; è consapevolezza in merito alla propria condizione attuale, risorse e limiti temporanei compresi, e accettazione per questo stato delle cose priva di giudizio.

L’umiltà è dunque la più preziosa alleata con la quale stemperare e disarmare il nostro ego, soprattutto quando ha tendenze iperboliche sospinte dall’orgoglio eccessivo, il quale è considerato uno dei nostri principali demoni ed avversari interiori, anche in chiave performativa, in quanto ci toglie lucidità, elasticità, consapevolezza, moderazione e quant’altro necessita ad una performance ottimale .

La persona umile e consapevole, senza il sovraccarico del proprio ego da portarsi perennemente dietro, non si sente deprivata di nulla, ma anzi avverte una fresca e confortevole sensazione di leggerezza e libertà.

In questo modo lascia che siano i risultati in campo a parlare da sé, i propri gesti e le azioni mirate e specifiche, non le proprie parole presuntuose ed arroganti, che esprimono necessità di compensazione alla reale mancanza di forza interiore.

 

Completa il vocabolario prestativo leggendo i post con le lettere precedenti:

A B C della prestazione

ABC della Prestazione (seconda parte)

ABC della Prestazione (terza parte)

La Performance e l’ABC della Prestazione (quarta parte)

La Performance Vincente nell’ABC della Prestazione (quinta parte)


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