Per ogni giocatore di tennis, e non solo per i professionisti della racchetta, diventa essenziale guidare al meglio se stessi e per riuscire a farlo occorre imparare a padroneggiare la mente del tennista in relazione alle necessità dettate dal campo.

Non potrebbe essere altrimenti se consideriamo che la mente del tennista è il software che imposta il navigatore interno, il quale ci consente di viaggiare in lungo e in largo nella prestazione senza mai perdere di vista le coordinate principali.

Senza quelle coordinate non solo sarebbe impossibile vincere ma risulterebbe anche impensabile avvicinarci sufficientemente ad una performance di picco.

In poche parole, ci perderemmo durante il viaggio, ai primi ostacoli, e tutto questo perché non abbiamo ancora imparato a padroneggiare la mente del tennista .

Che ne è di te?

Ritieni di saper padroneggiare la mente del tennista quando sei in campo?

Da 0 a 10, qual è il tuo livello di padronanza?

Cosa ti manca ancora per ottimizzarlo?

Come intendi procedere per migliorarti?

Quale sarà il tuo primo passo?

E il successivo?

Quando intendi compierli?

Quali sono i punti di forza e le fragilità della tua mente quando sei chiamato alla prestazione tennistica?

Su cosa farai leva per ottenere il cambiamento?

Come farebbe un coach che si rispetti, ovvero un allenatore di potenzialità, percorriamo in modo esplorativo il processo di consapevolezza, senza il quale saremmo destinati a brancolare nel buio, e lo facciamo attraverso domande mirate e specifiche, che oltretutto stimolano e attivano la coscienza, la motivazione, il senso di autonomia e di responsabilità individuale.

Per praticare al meglio l’arte del self coaching e guidare saggiamente noi stessi, non solo in ambito tennistico, utilizziamo dunque consapevolmente, come abbiamo precedentemente visto, lo strumento delle domande esplorative e potenzianti, le quali ci aprono a scenari di comprensione e pianificazione a proposito di ciò che è necessario fare per migliorarci continuamente. Domande che contengono già in sé parte della risposta e del corrispettivo piano d’azione attraverso cui agire.

Sintetizzando, abbiamo finora descritto la mente del tennista come un sofisticato programma che ci offre le linee guida e le indicazioni per aiutarci a non perderci durante la bagarre della prestazione, momento in cui lo stress e le interferenze mentali ed emotive si intensificano oltremodo, rendendo difficile guidare la nostra macchina interiore fino al traguardo.

La mente del tennista, per rendere al meglio in termini qualitativi e quantitativi, và continuamente sollecitata, impreziosita, rettificata e monitorata, e soprattutto orientata, allineata e adattata ai bisogni del tennista nei diversi momenti della performance.

Solo a queste condizioni il giocatore potrà veramente affermare di saper padroneggiare la mente del tennista , che le corrette domande continuano a stimolare.

COMPRENDERE E PADRONEGGIARE LA MENTE DEL TENNISTA

Proviamo ora ad arricchire la nostra visione sistemica con un’altra analogia, che ci consente di inoltrarci ancor di più nell’argomento.

Se per un attimo proviamo a chiudere i nostri occhi e accogliamo in noi l’immagine della nostra mente come se fosse una grande antenna che ha il compito di captare, elaborare, trasformare e trasmettere i dati e le informazioni necessarie al nostro procedere, l’azione più importante nel tennis, e non solo, diventa a questo punto la nostra capacità di orientare l’antenna interiore, ovvero di padroneggiare la mente del tennista , posizionandola sulle frequenze vibrazionali più adatte ad esprimersi al meglio.

Occorre cioè modulare perfettamente la frequenza orientando con precisione l’antenna, che diventa in questo senso un grande catalizzatore, un potente magnete che attrae e riceve le informazioni che necessitano al nostro caso per evolvere.

A pensarci bene, tutto è energia.

La materia è anch’essa energia, consolidata in una data forma.

Tutto ciò che esiste vibra ad una determinata frequenza vibrazionale, che ne determina peraltro la specifica configurazione e la capacità d’azione.

È in pratica la fv, la frequenza vibrazionale, a determinare la nostra personale struttura e conformazione, che cambia e si evolve non appena ci disponiamo su una diversa frequenza.

Se pensiamo ad una radio o ad una televisione, comprendiamo bene come la sintonizzazione della frequenza consenta di captare ed emanare specifici messaggi; solo quelli e non altri.

Anche nell’essere umano le cose avvengono in modo simile.

Tutto ciò naturalmente accade ad un livello sottile, essenziale e animico, ma dopotutto i nostri pensieri, le emozioni, i valori e le ispirazioni non hanno una consistenza fisica fino a che non si materializzano in un dato comportamento e una corrispettiva azione.

E tutto inizialmente parte proprio dall’energia e dalla frequenza in cui si dispone.

Per noi, in qualità di giocatori che hanno specifici obiettivi, si tratta di scegliere coscientemente il focus e poi di orientare con precisione la nostra antenna interiore in una data posizione, in modo da sintonizzarci sulle frequenze desiderate, imparando così a padroneggiare la mente del tennista .

Cosa vuol dire in pratica?

Come si traduce sul campo da tennis?

IMPARARE A PADRONEGGIARE LA MENTE DEL TENNISTA

Utilizzando la metafora della mente/antenna, si tratta ora di capire come spostare a piacimento l’attenzione per padroneggiare la mente del tennista orientandola alla performance, escludendo tutto il resto, come sanno fare bene i top player che tutti ammiriamo, e non solo per il loro gioco, ma anche per le particolari capacità mentali che fanno spesso la differenza.

Una volta attivata la volontà, bisogna quindi individuare e mettere in atto il metodo più adatto con cui padroneggiare la mente del tennista , e non sempre questo passo è di facile realizzazione a causa delle numerose interferenze in atto.

Infatti, quando giochiamo, qualsiasi informazione che esuli dal contesto performativo risulta una sgradita intromissione che assume una valenza estremamente negativa e pericolosa, tanto da condizionare la prestazione, depotenziandola.

Ecco allora che ci si serve di alcune tecniche e stratagemmi che agiscono come dei validi ancoraggi psichici per supportare e padroneggiare la mente del tennista .

Questi supporti mentali, qualunque essi siano, si basano su un presupposto di fondo: la mente deve essere orientata e guidata.

Le informazioni mentali in entrata, e quelle in uscita, debbono rivelarsi estremamente chiare e semplici, calibrate ed efficaci, risultando inoltre per noi vere, buone e utili, in accordo con la logica socratica, che ha una valida funzione discriminativa, selettiva e orientativa.

Secondo la tradizione orientale, la mente è considerata una scimmia che salta all’impazzata da un ramo all’altro; fermarla è molto difficile.

È più semplice tenerla impegnata indicandole la strada da percorrere.

Come la nostra preziosa antenna a cui l’abbiamo paragonata, occorre orientarla, indirizzandola.

Solo così la mente/antenna/scimmia si volgerà nella direzione da noi scelta in relazione alle necessità del momento.

La mente ha un’altra caratteristica di fondo: funziona abitualmente in una modalità economica, cioè con il minimo dispendio energetico, secondo percorsi e processi automatici ben consolidati.

Occorre quindi sostituire il vecchio automatismo con quello nuovo desiderato.

Come?

Attraverso la continua ripetizione.

Ripetita iuvant, come affermavano i nostri saggi antenati.

Fortunatamente, la nostra mente ha un’altra caratteristica di base: la neuroplasticità.

È molto duttile, si adatta e apprende con sufficiente facilità, se solo gliene diamo modo.

Questa è la sfida: indurla ad imparare di continuo ciò che necessita per superare le diverse situazioni, che in uno sport dinamico come il nostro cambiano di continuo.

È in questo modo che avremo fatto un passo deciso in avanti nel percorso in cui apprendere l’arte di padroneggiare la mente del tennista .

Detto questo, vediamo ora insieme i passi necessari per cogliere il nostro obiettivo sfidante.

Essi possono essere utilizzati con efficacia nei momenti chiave che precedono l’incontro, allo scopo di prepararsi e predisporsi al meglio allo stesso, e anche nel tempo che intercorre tra un punto e l’altro e durante i cambi di campo, in modo da operare il necessario reset che aiuta a riformulare le proprie intenzioni con propositività.

I 3 PASSI PER PADRONEGGIARE LA MENTE DEL TENNISTA

Zittire la mente è una prerogativa di pochi grandi iniziati.

Ma tutti possiamo imparare a calmarla.

E questo è senz’altro il primo dei 3 passi necessari da intraprendere per coloro che desiderano imparare a padroneggiare la mente del tennista .

I passi successivi, dopo aver calmato la mente, sono l’attivazione fisica e la scelta consapevole.

Immagina questa sequenza, come vedremo meglio, costruita in 3 fasi ben collegate, quindi realizzala tra un punto e l’altro, nei 30 secondi disponibili.

Ciascuna di queste 3 fasi avrà dunque a disposizione per la sua realizzazione 10 secondi.

Un rituale da ripetere in modo più approfondito durante i 90 secondi a disposizione nei cambi di campo.

1- CALMARE LA MENTE

L’immagine della mente che salta da un ramo all’altro ci restituisce la sua caratteristica di fondo: corre dietro a tutti gli stimoli che catturano la sua attenzione.

In campo questo è deleterio: vuol dire, mentre giochiamo, seguire uno spettatore che si muove sugli spalti, un altro che ci grida qualcosa dietro e nel frattempo si forma un pensiero che sollecita un’emozione che a sua volta costruisce uno stato d’animo, un comportamento e un atteggiamento.

A ben guardare, non abbiamo scelto nulla di tutto questo.

Un processo automatico e istintivo, tutt’altro che consapevole.

È come se stessimo facendo zapping con il nostro telecomando mentale senza sapere quando e dove sintonizzarci per vivere al meglio la nostra esperienza tennistica.

O, all’opposto, ci fermiamo sul primo canale disponibile, senza cercare nulla di meglio e per noi più adatto al momento.

E ricordiamoci che questo momento si chiama performance.

Non è un momento qualsiasi in cui poterci concedere distrazioni, ma al contrario dobbiamo orientare lì ogni nostra risorsa in modo da rendere al massimo del nostro potenziale.

Per poterlo fare dobbiamo allontanare tutte le interferenze, le distrazioni, le intromissioni, le intrusioni, le sovrapposizioni, le dispersioni di ogni ordine e grado.

Occorre cioè calmare la mente, intesa come apparato ordinario, e dobbiamo orientarla verso la sua modalità stra-ordinaria, che implica sicuramente un consumo superiore di attenzione, consapevolezza ed energia, ma anche una resa più fruttuosa.

Intesa in senso ordinario, nella sua abituale modalità, la mente è un caleidoscopio di immagini colorate, un coro polivalente di voci, spesso cacofoniche, che stenta a trovare unione e armonia.

Questo si traduce, anche quando giochiamo, in un continuo dialogo interiore, fatto di giudizi e pre-giudizi, di dogmi preventivi, di dubbi, di mordace autocritica, severe considerazioni, confuse impressioni, pensieri sconnessi, identificazioni e proiezioni…

È spesso un gioco al massacro condotto dal nostro giudice interiore, che di solito prende il sopravvento sulle altre voci, e incomincia a insultare e a infliggere verdetti, punizioni e castighi, creando tensioni, paure e incertezze nel nostro corpo, impegnato nel difficile compito di realizzare complessi gesti tecnici.

Impossibile in queste condizioni rendere al meglio delle nostre possibilità.

Insomma, dobbiamo sgombrare il campo da tutto ciò che in partita non è di alcuna utilità, come per esempio il giudizio, e farlo presto.

Il giudizio deve essere sostituito dall’osservazione interiore e al massimo da una semplice valutazione non giudicante, che ci orienta verso la strada desiderata.

Calmare la mente, riuscendo ad allentare fino a spegnere del tutto le voci più intrusive e malevoli, significa permettere al corpo di riprendere ad agire in modo rilassato, offrendogli così l’opportunità di realizzare ciò che è stato preparato a lungo a fare, durante ore ed ore di allenamento, ma che può esprimere al meglio soltanto se e quando è libero di agire.

Solo in questo modo sarà capace di esprimere il proprio massimo potenziale, in accordo con le regole di ogni performance: P= p-i, cioè Prestazione= potenziale meno interferenze.

COME CALMARE LA MENTE

Puoi immaginare la mente, anche mentre giochi, come un monitor da spegnere, avviando un conto alla rovescia: 5-4-3-2-1-0, in cui ad ogni passaggio la mente/schermo perde di luminosità fino a oscurarsi completamente.

Abbina alla fase numerica la respirazione consapevole: al 5 inspiri al 4 espiri, al 3 inspiri al 2 espiri, all’1 inspiri allo 0 espiri. Accompagna ogni espirazione con il suono “ssscchhhhhhhh”, che ha sulla psiche un notevole effetto calmante.

Così facendo, in un ciclo di 3 respiri profondi, per la durata di circa 10 secondi, sei riuscito a calmare la mente quanto più possibile, predisponendoti per il passo successivo.

Naturalmente, continua a respirare in modo profondo e consapevole anche nei momenti successivi, dato che il respiro è il ponte più adatto attraverso cui ri-costruire gli equilibri e le connessioni psicosomatiche che sono necessarie per realizzare una prestazione di livello.

2- ATTIVAZIONE FISICA

Se l’esercizio è stato fatto in modo adeguato avrai senz’altro raggiunto, a questo punto, l’obiettivo di calmare la mente, e questo sicuramente ha indotto anche il corpo a rilassarsi.

In tale stato di calma e di relax, dobbiamo ora riprendere ad attivare gradualmente il corpo, che presto sarà di nuovo impegnato al servizio oppure alla risposta.

Calmare la mente aveva anche come obiettivo quello di spostare l’attenzione e l’energia dal piano mentale a quello fisico, che durante la prestazione ha un ruolo fondamentale, a partire dalle gambe.

Ecco perché in questa seconda fase, caratterizzata dall’attivazione fisica, dobbiamo mettere l’accento sul nostro motore principale, i piedi, e trasmettere poi l’attivazione alle gambe, al tronco e agli arti superiori, finché tutto il corpo si è nuovamente destato ed è pronto all’immediata azione.

COME AVVIARE L’ATTIVAZIONE FISICA

Saltella sul posto un paio di volte e scrollati di dosso ogni residuo di tensione psicoemotiva, indicando al tuo corpo e all’avversario che sei pronto e reattivo per giocarti al meglio il punto successivo.

Accompagna questa routine con l’azione di contrazione-decontrazione di entrambe le braccia, con un’attenzione specifica alla mano dominante: inspiro e contraggo, espiro e decontraggo, aiutandomi con un suono che sia rilassante e allo stesso tempo attivante, tipo “oooooooohhhh”.

Individua con il tempo il suono più adatto per te in questa fase di preparazione.

A questo punto l’attivazione fisica diventa sensoriale.

Non dimentichiamo infatti che i 5 sensi sono le porte di accesso al piano fisico.

Entriamo ancora di più nel nostro fisico, passando momentaneamente dal pensare al sentire, portando l’attenzione sulle sensazioni tattili dei piedi sul terreno di gioco e delle mani sulla racchetta.

Se siamo al servizio, possiamo anche toccare la pallina, guardarla accuratamente fino a scorgerne ogni particolare, udirne il suono mentre rimbalza e persino odorarla, in modo da lasciarci inebriare dalle sensazioni fisiche, cancellando così ogni pensiero e interferenza mentale che viene assorbita dal focus sul corpo.

Se aspettiamo il servizio in risposta, lo sguardo è concentrato sulle azioni dell’avversario, sul suo lancio della palla, in modo da leggerne in anticipo le intenzioni e la direzione, sul suono dell’aria che attraverso il respiro entra ed esce dal corpo, lasciandone un sapore in bocca.

Insomma, in questa seconda fase il focus dell’attenzione è orientato in tutti i modi possibili al corpo, che si predispone ad agire nel migliore dei modi, dopo che si è liberato dagli irretimenti della mente.

Spetta ora a te costruire il rituale fisico, al servizio e in risposta, che maggiormente si adatta alle tue caratteristiche psiche di personalità e di gioco. Infatti, penso ormai ti sia del tutto nota l’importanza di costruire rituali di gioco efficaci.

3- SCELTA CONSAPEVOLE

La terza fase ed ultima fase per imparare concretamente, in gara, a padroneggiare la mente del tennista è quella della programmazione performativa, che indica la scelta migliore da operare nella nostra specifica situazione.

Parliamo dunque, a questo punto, di tattica e strategia mirata.

Le fasi precedenti, in verità, ci dovevano portare proprio qui, al nodo cruciale: il momento in cui prendere una decisione in merito al punto da giocare, disponendoci al servizio o in risposta, ma non solo; infatti, il momento della scelta consapevole può anche essere utile al cambio di campo o nel decidere a priori, nella fase pre-match, quali tattiche e schemi di gioco adottare.

Liberi però, qui e ora, dalle interferenze mentali, dalle intrusioni emozionali e dalle tensioni del corpo che le fasi precedenti ci hanno aiutato a sciogliere.

Gli step precedenti, calmare la mente e attivare il fisico e le sue sensazioni, sono servite ad operare un generale reset, in modo da poter ora orientare la nostra antenna/bussola nella direzione che riteniamo ci garantisca più opportunità di vincere il punto che ci apprestiamo a giocare, e magari anche l’incontro.

Ora stiamo programmando una scelta consapevole che prendiamo rapidamente in considerazione, la quale ci permette di esprimere al meglio il nostro potenziale in funzione dell’avversario e ci garantisce una buona possibilità di riuscita.

Si tratta quindi di passare rapidamente in rassegna le 3 strategie: conosci te stesso, conosci il tuo avversario e conosci il terreno dello scontro e tutti gli elementi in gioco.

Puoi a questo punto affidarti al pensiero analitico e razionale dell’emisfero sinistro, oppure a quello intuitivo dell’emisfero destro, elaborando un processo più sintetico, istintivo e creativo.

Comunque sia, stai concordando un piano d’azione.

COME REALIZZARE LA SCELTA CONSAPEVOLE

Come realizzare a questo punto una scelta consapevole in breve tempo?

Non dimentichiamo infatti che se dobbiamo farlo mentre aspettiamo di servire o di rispondere, non ci resta che una manciata di secondi.

Sulla base di queste necessità, penso che una buona azione consapevole, la quale coinvolge direttamente la nostra intelligenza sportiva, e non solo, debba a questo punto rispondere a 3 domande: Cosa faccio? Come lo faccio? Perché lo faccio?

Esse diventano le indicazioni del navigatore interno, per non smarrirci.

Il cosa riguarda la scelta specifica dal punto di vista mentale.

Il come coinvolge l’aspetto tecnico e l’esecuzione: traiettoria, angolazione, profondità, rotazione…

Il perché è dettato dall’aspetto squisitamente tattico/strategico e si attiene prevalentemente al concetto di utilità.

Quando si ha ben chiari cosa, come e perché fare una determinata azione, si è comunque gettata una base solida per la costruzione efficace di ogni punto del match.

 

Bene, questo processo nel suo insieme ci aiuta a padroneggiare la mente del tennista con tutte le sue specifiche esigenze.

Realizzando questa routine nella fase del pre-match e durante l’incontro, nei momenti di pausa tra un punto e l’altro e durante i cambi di campo, crea sicuramente i presupposti migliori con cui orientare la nostra personale antenna mentale nella direzione della peak performance.

Lo affermo per esperienza diretta, avendolo verificato in tanti modi diversi sui campi da tennis, e non solo.

Parola di Coach! gianfranco santiglia parola di coach

 

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Buon tennis.



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