È possibile guardare oltre la vittoria e la sconfitta nel tennis ?

Innalzarci al di là di questi due grandi baluardi, osservando la vittoria e la sconfitta nel tennis da un’altra prospettiva, è un po’ come ergerci al di sopra del bene e del male, come direbbe Nietzsche, o smascherare i due grandi impostori, come indicato da Kipling per affrancarci dalle illusioni della mente.

Significa, concretamente, svincolarsi dalle pressioni e dall’oppressione del risultato, che spesso diventa un incontrastato tiranno a cui dover comunque rispondere.

Si liberano, così facendo, una serie di energie, che è possibile riversare esclusivamente nella prestazione in sé, in ogni singolo gesto, aspetto, movimento e spostamento che individualmente, e nell’insieme, l’accompagna, caratterizzandola.

Una catena di eventi e di elementi che per certo migliora qualunque performance, anche quella tennistica, e riscatta l’atleta dalla morsa della pressione connessa ad una dinamica ormai consunta ma consolidata, quella della vittoria e del risultato ad ogni costo, la quale non per questo risulta più sana, confortevole, utile  e corretta, anzi ne testimonia l’ormai decrepita senescenza e l’inefficacia.

In questa diversa ottica, in cui guardare alla performance senza le consuete influenze e le spiacevoli interferenze legate al pensiero della vittoria e la sconfitta nel tennis , possiamo smettere di deprimerci a causa delle sconfitte, così come evitare di esaltarci troppo in seguito alle vittorie, che vanno comunque festeggiate.

Come fare, allora?

Una possibile strategia da seguire è quella di considerarci soltanto dei semplici “canali” attraverso i quali scorrono le energie necessarie a eseguire la prestazione. Degli strumenti al servizio della prestazione in sé, come se fosse questa la “divinità” da onorare, e non il nostro “piccolo io” con il suo grande ego.

Tuttavia possiamo, anzi dobbiamo, ugualmente compiacerci e complimentarci con noi stessi per l’impegno profuso e dispensato nella prestazione, la cui  qualità risulta la sola indicazione valida da tener ben presente e in debita considerazione, poiché è su e con questa che dobbiamo con insistenza misurarci per continuare a migliorare.

Con un atteggiamento che sappia dunque guardare oltre la vittoria e la sconfitta nel tennis, tutto ridiventa gioco più che competizione, e come tale cambiano il fine e gli obiettivi: imparare, crescere, evolvere, migliorare, divertirsi, socializzare, come confà a qualsiasi gioco.

La nostra autostima, allora, non dipende più dalla vittoria, né i nostri umori neri dalla sconfitta, poiché quel che conta è soltanto la nostra convinzione di saper giocare al meglio il gioco e di riuscire a farlo.

Le nostre capacità non sono più minate dai continui giudizi e dall’autocritica, che diventano invece una oggettiva valutazione volta a incrementare la consapevolezza orientata al miglioramento della performance.

Di fatto, questa procedura ci avvicina di più alla vittoria rispetto a qualsiasi altra precedentemente adottata.  Paradossalmente, infatti, non pensare più in termini di risultato e di vittoria ad ogni costo libera la nostra mente, il cuore, il corpo e persino lo spirito da tutto ciò che finora li ha trattenuti dal potersi esprimere al massimo, e questo ha un’immediata e diretta ripercussione favorevole sulla prestazione.

Consente cioè di diminuire notevolmente le pressioni, le esigenze e le ingerenze del gioco interiore, che è la partita che di solito giochiamo con noi stessi ancor prima che contro il nostro avversario di turno.

Quando la nostra mente è libera dalle interferenze del gioco interiore, con le sue pericolose abitudini, risultiamo molto più efficaci nelle nostre espressioni performative, qualunque esse siano, nel campo da tennis e in qualsiasi altro della vita.

A quali abitudini, nello specifico, ci riferiamo?

Lasciamo che a raccontarcelo sia il massimo esperto nel settore, colui che per primo ha rimarcato l’importanza del gioco interiore e le sue influenze nel gioco della vita, Timothy Gallwey:

“Tale gioco si svolge nella mente del giocatore, ed è una partita contro alcuni ostacoli, quali ad esempio cali di concentrazione, nervosismo, dubbio e disapprovazione. In sostanza, è la partita che si gioca per superare le abitudini della mente che ci impediscono di raggiungere una performance eccellente”.

Per  Gallwey, l’avversario che si nasconde nella nostra mente, con tutte le sue abitudini regressive e persino distruttive,  è spesso molto più forte, temibile e insidioso di quello che dobbiamo affrontare dall’altra parte della rete, ma è soltanto diventando alleati della nostra mente e di tutto ciò che la abita, che ci apriamo al nostro pieno potenziale e così anche alla possibilità di battere il nostro antagonista di turno.

In questo modo, moltiplichiamo le nostre energie e le chance di vittoria.

Ma per farlo, occorre prima ergerci al di sopra dei nostri temporanei limiti e delle consuete resistenze, volando oltre la vittoria e la sconfitta nel tennis .

LA PAROLA AI GIOCATORI

Quanto qui affermano alcuni ex ed attuali giocatori, ci aiuta concretamente a spingerci ancora più in là nella nostra ipotesi performativa; ci offre cioè il modo di verificare l’importanza di elevarci al di sopra di questi due ostacoli che rappresentano la vittoria e la sconfitta nel tennis .

Infatti, i pensieri e le emozioni connesse all’esigenza del risultato sporcano, come detto, la prestazione, al punto da macchiarla irreversibilmente.

A questo proposito, Boris Becker dice la sua, illuminandoci sull’argomento:

Quando sei giovane, sei in cerca della tua identità e vincere è un modo per esprimerti. Quando perdevo volevo morire. E poiché con la vittoria diventavo qualcuno, di conseguenza, nella sconfitta non ero nessuno”.

Ora, pensate un attimo cosa può significare giocare con questa spada di Damocle sulla testa.

Se perdi non sei nessuno, secondo questo assunto, figlio di una cultura pericolosissima diffusa ad ogni livello e su ogni campo di gioco; ancora adesso noi raccogliamo i frutti tossici di un insegnamento che non ci è stata impartito correttamente.

In verità, perdere fa parte di un processo necessario, di un cammino indispensabile in cui è l’errare la vera meta, poiché è il tentativo ad essere più importante del risultato, quel tentativo che una volta portato alla coscienza e ben metabolizzato ci aiuta a crescere ed evolvere.

Ecco cosa ne pensa Chris Evert:

“Nel tennis, alla fine della giornata sei un vincente o un perdente. Sai esattamente dove ti trovi, se sei n.° 2 o n.° 10, se hai vinto o se hai perso. Non ho più bisogno di questo. Non ho bisogno che la mia felicità, il mio benessere, si basino sul vincere o sul perdere. Quella parte della mia vita è finita”.

Come darle torto?!

Una pressione connessa ai risultati e al ranking durata tutta una vita.

Ad un certo punto dell’esistenza è corretto e persino indispensabile chiudere dei capitoli della nostra vita, non più del tutto in sintonia con ciò che siamo e vogliamo.

Ed è anche utile, corretto e necessario fare dell’altro, o quantomeno con un altro atteggiamento.

Mi chiedo solo se sia possibile vivere questa condizione di benessere dovuta al distacco anche durante la carriera sportiva agonistica in corso, soprattutto poiché felicità, piacere e benessere aiutano a giocare meglio e ad esprimerci al massimo del nostro potenziale.

Un piacevole distacco che forse è più facile raggiungere se si riesce a guardare oltre la vittoria e la sconfitta nel tennis .

Bisogna anche andare oltre le lusinghe della vittoria, che per Serena Williams ha un sapore e un gusto particolare, a cui ti sembra di non poter più rinunciare, una volta provati.

Per Serena la vittoria è molto dolce, migliore di qualunque dessert tu abbia assaggiato.

“Victory is very, very sweet. It tastes better than any dessert you’ve ever had”.

Lo dice una che dopo una grande scorpacciata di Slam e la fresca maternità è del tutto intenzionata a rientrare nel circuito, a quasi 37 anni.

E Rafael Nadal,il grandissimo campione maiorchino afferma:

“Principalmente perché ho paura di perdere. È per questo che ogni giorno, contro qualsiasi avversario, entro in campo con il massimo rispetto, sapendo che posso vincere ma anche perdere”.

L’occhio è sempre al risultato, comunque la si metta, alla vittoria o alla sconfitta.

Un carico pesante che certo non aiuta i giocatori a esprimersi, in quanto debbono reggere questa logorante pressione interna ed esterna a lungo termine.

In queste circostanze di gioco e di approccio alla gara, a meno che non sei un campionissimo come Rafa, è molto difficile sviluppare la necessaria attenzione rilassata, la perdita di controllo, la piacevole sensazione di benessere e divertimento che viceversa si esprimono nel tennis quando si raggiungono i magici momenti di flow che preludono all’esperienza di picco.

In questi momenti di esperienza totalizzante della coscienza non esiste un posto adatto per pensieri ed emozioni che guardino esclusivamente alla vittoria e alla sconfitta nel tennis .

Anzi occorre proprio volarci al di sopra, come ci ispira a fare Rudyard Kipling, con la sua stupenda poesia “Se”, non a caso in bella mostra nella hall di Wimbledon; poesia che ogni tennista dovrebbe sempre richiamare a sé nei momenti di confusione e smarrimento, evitando così di perdersi nei propri erronei atteggiamenti.

Ne riporto qui uno stralcio significativo:

“Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina

E trattare allo stesso modo quei due impostori;

(…);

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite

E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,

E perdere e ricominciare di nuovo dal principio

E non dire una parola sulla perdita”.

Bene, se e quando riesci a fare tutto ciò, sei subito pronto a ripartire di slancio.

Kipling, da buon conoscitore della longeva tradizione indiana, chiama la vittoria e la sconfitta come impostori. Semplici illusioni. Maya.

E ci suggerisce di trattarli egualmente, senza curarcene troppo.

Di farne poi un unico mucchio e sbarazzarcene, per  ricominciare.

Naturalmente Kipling non era un giocatore di tennis e non conosceva gli attaccamenti tipici dei tennisti alla vittoria, ma ciò non toglie che la capacità di distacco di cui parla potrebbe donare tanta serenità a questo ambiente, a tutti i livelli, in campo e fuori, senza per questo perdere di fascino, bellezza, smalto ed entusiasmo. Dopotutto, come giocatori, occorre concentrarsi sulla prestazione, non sul risultato: è questo che alza il livello performativo.

È infatti oltre il risultato che dimora e regna incontrastato il “vero tennis”, come ci racconta Evonne Goolagong a proposito della sua finale agli US Open nel 1974 contro Billie Jean King:

“Gli annali dimostrano che persi 7/5 nel set finale, ma i miei ricordi del giorno di quella finale non hanno nulla a che fare con il risultato. Semplicemente il nostro tennis era andato oltre il tabellone segnapunti”.

Oltre la vittoria e la sconfitta. Oltre anche  il punteggio.

Esiste una zona franca, in cui l’importanza del risultato è secondaria rispetto al divertimento e al piacere del gioco. Lì regna incontrastato il vero Tennis.

Non esiste, per me, un modo più appropriato per terminare questo articolo che descrive l’importanza di sbarazzarci, quando giochiamo, di pensieri ed emozioni che guardano soltanto alla vittoria e alla sconfitta nel tennis , senza badare invece alla prestazione in sé.

Al viaggio anziché alla meta.

Se il viaggio è perfetto, sarà questo infatti a portarci alla meta.

Parola di Coach! gianfranco santiglia parola di coach


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