Il tennis e la psiche : un binomio che ci apre vasti scenari e stuzzica oltremodo la nostra fantasia.

In effetti, sempre più il tennis e la psiche del giocatore vengono accostati e posti su di un piano comune, in quanto se ne è finalmente compresa la reciproca incidenza e le possibili implicazioni, nonché gli eventuali condizionamenti mentali cui la prestazione di un giocatore è sempre suscettibile. Tutto questo è visibile su ogni campo da tennis, anche se non sempre si riesce a comprendere, se non guardando con occhi attenti, abituati a cogliere e a “vedere”l’essenziale.

Ogni volta che scendiamo in campo in qualità di tennisti, il tennis e la psiche si incrociano, talvolta incontrandosi altre scontrandosi.

Nella prima circostanza, entrambi, il tennis e la psiche , decidono per obiettivi comuni, estremamente specifici e realisti, dirigendosi mano nella mano nella stessa direzione.

Nella seconda situazione, purtroppo, dopo un primo incontro, il tennis e la psiche del giocatore si respingono e “decidono” per lo scontro dirigendosi in direzioni diverse, con risultati catastrofici per il malaugurato tennista di turno, che vede frustrate tutte le proprie aspettative.

Inizialmente, mentre si muovono sul magico rettangolo di gioco, il tennis e la psiche del giocatore si sforzano di procedere insieme, ma ad un tratto, soprattutto nei momenti più caldi e delicati dell’incontro, accade qualcosa che glielo impedisce: una vocina malevola, o un intero coro cacofonico di voci disarmoniche iniziano a urlare tutte insieme, pretendendo di assumere il comando delle operazioni. Non sempre ci riescono, dato che per farlo in modo efficace sarebbe necessaria un’armonia ritmica che permettesse loro di danzare all’unisono, con ogni voce del coro; ben di rado questa attitudine è nelle corde e nella testa di chi gioca, a meno che non sia un tennista ben navigato che ha risolto gran parte delle proprie diatribe interne.

Questa è la danza perfetta, tra il tennista, il tennis e la psiche che lo caratterizzano, una combinazione vincente che ogni giocatore cerca di realizzare ogni volta che fa il suo ingresso in campo.

È una sorta di ballo suadente, che necessita di sufficiente elasticità e grazia, di scioltezza ed eleganza, di leggerezza dinamica, di fermezza e serenità: è il cocktail mentale, fisico ed emozionale con cui noi tutti, in ogni campo di azione, possiamo raggiungere i nostri obiettivi sfidanti, vette innevate ed esperienze sublimi della coscienza, peraltro noti come stati di flow.

Ma comunque vada, che risulti un’ottima o una scadente performance, non facciamo che tradurre attraverso il nostro tennis tutta una serie di stati d’animo, pensieri, emozioni, convinzioni e credenze che la nostra psiche va elaborando minuto dopo minuto, a partire dal primo secondo in cui ha messo il piede sulla superficie di gioco, no anzi già da prima, incominciando il travaglio interiore dallo stato d’animo e dall’attitudine che accompagnano il nostro intento di giocatori che si apprestano alla performance.

E tutto parte dalla mente, dalla psiche considerata in senso più ampio, totalizzante, come i greci intendevano indicando con quel termine l’anima.

Il tennis, a ben guardare, diventa quindi espressione, traduzione, veicolo, e produzione dei contenuti psichici del giocatore, che attraverso la sua struttura di personalità interpreta ogni proprio gesto tecnico, colpo, atteggiamento e azione in maniera unica e irripetibile, come attiene alla propria essenza individuale.

Tutto ciò è frutto di movimenti interni, interazioni e dinamiche personalissime e combinazioni originali, che si traducono in peculiari gesti fisici e tecnici che li rappresentano.

Un’impronta inimitabile e indelebile che parla di noi molto più di quanto potremmo descrivere a parole, come giocatori e come persone che giocano il gioco della Vita attraverso il loro sport preferito, che rappresentano ed eseguono come vissuti attori di palcoscenico.

La personalità, in sintesi, è quel ponte che connette, lega e descrive la complessa relazione interna e come questa interviene all’esterno, traducendosi in gesti e comportamenti di cui il tennis, come la vita, è pieno.

La personalità diviene allora, in questo senso, la risultante descrittiva di quello che accade nella dialettica interiore tra il giocatore e la performance, tra il tennista e l’individuo, tra lo sportivo e la sua storia complessiva.

Il tennis é la psiche del giocatore.

In tutto questo gioco, che è al contempo interno ed esterno, è la personalità del giocatore a salire in cattedra, o a cadere rovinosamente dalla stessa, e attraverso il suo operato abbiamo modo, con la necessaria sensibilità, attitudine e conoscenza, di risalire alla struttura mentale del giocatore, che governa tutti i gesti individuali, dai più semplici ai più ricchi e complessi.

Non solo per ri-conoscerla, ma anche per orientarla meglio, attraverso l’intento, verso un processo di crescita interiore che faciliti peraltro la performance di picco.

Il tennis può in questo modo diventare un prezioso strumento diagnostico, interpretativo e non solo, per comprendere e trasformare i nostri atteggiamenti meno coscienti, facendoli diventare consapevoli e funzionali al gioco e alla vita.

La qualità del nostro gioco può impreziosirsi notevolmente grazie al contributo di una psiche più ordinata ed armoniosa, vigile e consapevole, elastica e resiliente, che sappia sempre sostenere le esigenze del tennista in campo, orientando così quella miriade di pulsioni in-consce verso uno scopo ben preciso, in modo che non agiscano in termini autodistruttivi ma proattivi.

IL TENNIS E LA PSICHE : LA PERSONALITÀ

Tutte le innumerevoli teorie della personalità che, via via, da Freud in poi, si sono andate modellando, cercano di studiare e definire l’essere umano nella sua complessità sistemica, di cui la personalità non è altro che l’evidente risultante dinamica.

Potremmo definirla una sorta di punta dell’iceberg, la parte visibile e manifesta, considerando tuttavia soltanto ciò che affiora in superficie del nostro blocco granitico di ghiaccio.

Il termine personalità deriva dall’etimologia “persona”, un’antica maschera teatrale.

Indicherebbe dunque qualcosa che indossiamo per coprire ciò che siamo, la nostra vera essenza, che al momento rappresentiamo attraverso una specifica maschera di personalità.

Proviamo allora adesso a farci un’idea di quali contenuti agiscano nella nostra psiche e di come si strutturino in una determinata personalità. Non parliamo nello specifico di psiche del tennista, ma non possiamo comprendere quest’ultimo senza prima comprendere le energie che si agitano dentro di noi, peraltro in modo spesso inconsapevole.

Nella sua teoria della personalità Freud attribuì enorme importanza alle motivazioni, cioè i motivi che ci spingono ad agire, e agli istinti; per primo, probabilmente, seppe ergere l’inconscio a ruolo prioritario.

Tali pulsioni inconsce, istintuali, che si agitano incontrollate nella nostra psiche, denominate “Es”, senza un “Io” consapevole che le diriga diventano incontrollabili. Tuttavia, quando il controllo esercitato diventa eccessivamente normativo questo finisce per ingabbiare, frenare e inibire la spinta pulsionale e istintiva, a danno dell’intera struttura di personalità.

In questi casi, l’azione di un “Super-Io”, ovvero la nostra coscienza morale, eccessivamente castrante e repressivo, spegne del tutto la nostra istintualità mortificando parte dell’energia che non ha più libera facoltà di espressione.

Lo psichiatra canadese Eric Berne, rivisitò la teoria freudiana semplificandola enormemente; attraverso la sua Analisi Transazionale sottolineò ancora i 3 aspetti essenziali precedentemente rilevati da Freud, chiamandoli però diversamente: il Bambino, il Genitore, l’Adulto.

Le complicanze, i conflitti e le nevrosi nascono da uno squilibrio tra queste 3 istanze, soprattutto se e quando cercano di ottenere una predominanza l’una sulle altre, smettendo di collaborare.

Il Bambino presente in ciascuno di noi, ovvero il nostro mondo istintuale, deve essere sapientemente e amorevolmente guidato dal Genitore, la nostra coscienza morale, ma non inibito né censurato; il rischio infatti sarebbe di promuovere le istanze di un Bambino adattato anziché libero.

Ma per fare questo dobbiamo individuare quella parte di noi che agisce come un Genitore amorevole e consapevole, e non soltanto normativo.

Subentra quindi la necessità di avviare un processo interiore maturo e cosciente, che solo la nostra parte adulta ben armonizzata e integrata può realizzare: ecco l’Adulto consapevole.

Molto spesso, a questo proposito, è stata anche utilizzata la metafora della carrozza, dei cavalli e del cocchiere che se ne prende cura. I cavalli rappresentano simbolicamente i nostri istinti, le pulsioni inconsce, le emozioni e i sentimenti. Sono il carburante energetico della carrozza e se tiriamo troppo le briglie e il morso dei cavalli, finiremmo con il rallentarli troppo fino a frenarli.

Se li lasciassimo troppo liberi di correre, non avremmo più il controllo della carrozza, con i suoi passeggeri a bordo, di cui invece dobbiamo prenderci cura ad ogni passo, evitando le buche e gli scossoni che potrebbero portarci fuori strada.

Insomma, è un’antica arte fatta di equilibrio e di armonizzazione, un’alchimia possibile solo attraverso tentativi maturi e consapevoli, grazie ai quali un giorno potremo realizzare, se sostenuti dalle circostanze, la nostra preziosa Opera d’Arte: una perfetta “psicosintesi” della nostra vita, la totale e armoniosa integrazione, come direbbe il famoso psicologo fiorentino Roberto Assagioli.

È il mistico e sfuggente Sé, frutto delle ambite nozze alchemiche di cui parla Carl Gustav Jung.

IL TENNIS E LA PSICHE : IL GIOCO INTERIORE

Come può tornarci utile questa conoscenza nell’economia dei nostri obiettivi tennistici?

In tutto questo processo è in gioco anche la nostra prestazione.

Essa non è mai il frutto del caso, bensì di forze che si dispiegano l’uno accanto all’altra, talvolta respingendosi, incrociandosi, sovrapponendosi, litigando, ma in casi più fortunati e riusciti tali forze cessano di combattersi e trovano finalmente un punto di contatto armonioso e una comunione di intenti che consente un’elevazione ad uno stato superiore.

Ecco la prestazione di picco. Ecco il flow.

È la condizione perfetta per la coscienza che realizza un’esperienza superiore, in cui la prestazione è solo uno dei possibili traguardi visibili, anche se è proprio quello di cui ogni atleta è in cerca.

L’armonioso gioco interno di perfetti e delicati equilibri si traduce allora, nel tennista capace, in una brillantezza in campo visibile in tutti gli aspetti del suo gioco, in modo che possa edificare la struttura portante del suo tempio del tennis, attraverso l’innalzamento delle sue 4 maestose colonne, che consolidano e supportano la componente tecnica, fisica, mentale e tattica.

Quando i 4 aspetti fondanti del tennis si armonizzano e si combinano perfettamente con le nostre 5 forze interiori, la componente energetica, fisica, emozionale, psichica e spirituale, non solo la qualità del nostro gioco si innalza visibilmente, ma è possibile vivere un’esperienza totalizzante della coscienza, che potremmo definire mistica e religiosa, nel senso di unità interna ed esterna.

Ed il tennis ne è stato il veicolo, lo strumento.

Si crea dunque un magico momento, una perfetta quadratura del cerchio, in cui tutti i conflitti interni sono stati appianati, pacificati e hanno trovato temporaneamente una risoluzione, che consente all’energia di liberarsi dagli intoppi per fluire liberamente e connettere i diversi sistemi e apparati interni: è il flow!

Parallelamente, e allo stesso tempo, il corpo diventa morbido, privo di spigoli e di tensioni, del tutto rilassato e in forza, le emozioni sono libere di manifestarsi nelle loro espressioni probiotiche, la mente è calma, pura e decondizionata e lo spirito percepisce una totale connessione con il TUTTO, condizione che solitamente sfugge alla percezione ordinaria.

Sì, perché in verità questa è un’esperienza straordinaria a cui non siamo del tutto abituati e che possiamo dirci fortunati, e bravi, una volta raggiunta.

Gli ostacoli infatti a questa condizione ideale sono sempre dietro l’angolo, e si chiamano interferenze, interne ed esterne.

Sono delle intromissioni, soprattutto di ordine mentale ed emozionale, che ci impediscono di esprimerci in funzione del nostro reale valore, del nostro potenziale.

E noi sappiamo che proprio in questo consiste la formula della performance; ovvero P= p-i.

Ovvero: Prestazione uguale potenziale meno interferenze.

Sono proprio queste interferenze consuete della personalità a minare l’espressione delle nostre potenzialità in azione. Queste interferenze si chiamano paure, timori, sfiducia, disistima, confusione, feroce autocritica, mancanza di obiettivi chiari, di concentrazione e disciplina, impacci, credenze limitanti, errate convinzioni, emozioni tossiche a cui restiamo morbosamente ancorati.

Se e quando queste componenti interne si combinano sfavorevolmente con le condizioni esterne avverse, il quadro negativo depotenziante è completato.

Un vero disastro!

Ritornando alle componenti psichiche interne, quando esse determinano uno squilibrio o un conflitto di personalità nel giocatore in campo, ecco che il binomio tra il tennis e la psiche del tennista condanna quest’ultimo a dover fare i conti con la propria “Ombra”, in un pericoloso confronto da cui si esce quasi sempre sconfitti nella propria partita interiore, soprattutto quando non si è preparati adeguatamente.

Il confronto con la propria Ombra, a detta di Jung, lo psicologo che ne ha coniato il termine, è la sfida più difficile e ardua da sostenere, eppure la più necessaria per completarci e portare l’inconscio versa la consapevolezza del Sé.

Con questo termine, l’Ombra, Jung indicava le nostre pulsioni, gli istinti, i comportamenti connessi al lato brutale e animalesco della natura umana, che vive nel nostro inconscio non solo individuale, ma anche collettivo, che riguarda cioè tutta la nostra specie: la razza umana.

Sono, nello specifico, l’insieme di quegli istinti meno edificanti che abbiamo ereditato dai nostri lontanissimi antenati, anche quelli appartenenti al regno animale, lungo tutto l’arco evolutivo cui siamo stati soggetti, evolvendoci da forme di vita inferiori.

Sembrerebbe difficile crederlo considerandoci soltanto nella nostra attuale veste razionale, eppure quando è possibile assistere ad un’esplosione dell’Ombra in piena regola, gli esiti sono incontrollati e devastanti, come la letteratura racconta sapientemente in eccelse opere letterarie quali, per esempio, “Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde” di Robert Luis Stevenson o “Il lupo della steppa” di Herman Hesse.

IL TENNIS E LA PSICHE

Se questo fa parte del gioco della vita, che ne è del tennis?

Beh, le cose non vanno poi in modo tanto diverso.

È facile per il tennista, lasciarsi prendere la mano e diventare quel terribile dottor Jekill che ogni tennista nasconde nella propria Ombra, nelle pieghe folli dell’ordinario signor Hyde.

E allora il campo da tennis diventa un terrificante palcoscenico per mostrare i nostri personali psicodrammi: urla, bestemmie, sproloqui, insulti, tentativi di furti, spesso malcelati, lanci di palline, di racchette e tutto il resto, come se il fine giustificasse già a priore i mezzi.

E tutto questo atteggiamento cosa contiene?

Cosa nasconde neanche troppo velatamente?

Tutte le nostre paure: la paura di non farcela, di non essere all’altezza, di non riuscire a reggere, a dimostrare, la paura del giudizio altrui, del nostro.

Sono questi i contenuti malevoli e in ombra della nostra psiche, con i suoi aggregati più tossici, le pulsioni inconsce, i conflitti irrisolti, i diversi orientamenti verso cui i differenti e numerosi pezzi del puzzle interiore vorrebbero dirigersi per trovare pace e integrità, spesso senza riuscirci.

E la nostra mente, lì a cercare di dirigere il traffico, come un impegnatissimo direttore d’orchestra che tenta di creare armonia e assonanza tra i diversi strumenti, e tra le rispettive voci, nel tentativo di rendere le loro relative cacofonie una perfetta melodia che allieta chi l’ascolta.

Difficile vero?

Ma possibile: quando questo accade in campo si sviluppa una perfetta condizione in cui realizzare al meglio noi stessi e il nostro potenziale, esaltando così il nostro tennis e l’anima.

È una meravigliosa e completa sintesi, una psicosintesi appunto, armoniosa e funzionale, di tutto ciò che rappresenta il nostro bagaglio umano e di giocatore: il tennis e la psiche del giocatore si stringono finalmente la mano, sancendo per l’ennesima volta la loro antica alleanza.

Una volta ri-conosciuta e compresa l’importanza e la configurazione di tale alleanza, si tratta poi di rispettarla e onorarla, di capire come realizzarla intenzionalmente in campo, soprattutto quando non riusciamo a farlo naturalmente, a causa delle troppe interferenze mentali ed emotive.

E questo è l’aiuto che può apportare il mental coach nel tennis, guidando il giocatore verso l’utilizzo ottimale della propria mente, della psiche che governa il potenziale tecnico e umano.

Parola di Coach! gianfranco santiglia parola di coach

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