È possibile vedere il tennis come metafora della vita?

Sicuramente non mi pongo questa domanda io per primo, dato che numerose sollecitazioni sono arrivate in questa direzione, non solo dagli addetti ai lavori, ma anche dal mondo del cinema.

Woody Allen, per esempio, nel suo film “Match Ball” ha utilizzato il tennis  come metafora per recapitarci il suo personale messaggio di vita.

Nel suo dramma, la dea bendata fortuna acquisisce un ruolo prioritario: la pallina che danza sul nastro della rete, “decidendo” in che lato del campo atterrare, diventa l’emblema dell’evento decisivo, forse predestinato, che designa vincitore e vinti, nel tennis come nella vita.

E nel tennis, come nella vita, talvolta è questione di pochi centimetri o secondi.

Caso o destino?

Nastro, rete, palla: impossibile, sembra dire l’autore, non cogliere in questi elementi il tennis come metafora .

Quella palla, che sembra avere una volontà propria, decidendo dove cadere può fare tutta la differenza di questo mondo, racconta il regista attraverso questa appassionante vicenda tinta di giallo.

E non solo quella tra vincere e perdere.

Il grande maestro del brivido, Alfred Hitchcock, molti anni prima, in uno dei suoi film più serrati, dal titolo “L’altro Uomo”, aveva cercato di servirsi del tennis come metafora utilizzando l’immagine emblematica del tiro incrociato,  narrando di come la “palla della vita” rimbalzi da un giocatore all’altro caricandosi sempre più di effetti particolari e incontrollabili.

Entrando più nel dettaglio in merito all’argomento che vede il tennis come metafora , pensiamo per un attimo in modo concreto al tennis visualizzandolo nei suoi semplici elementi costitutivi: uno spazio, il campo da gioco, delimitato da righe e da una rete; due o quattro giocatori vi partecipano utilizzando delle racchette per scambiarsi tra di loro una pallina, evitando di incappare in errori, cercando all’opposto di realizzare punti vincenti.

L’obiettivo di prestazione è offrire il meglio di sé realizzando il proprio miglior tennis, divertendosi.

L’obiettivo di risultato è vincere la partita.

Sembra che molti di noi interpretino la vita proprio con questi due diversi atteggiamenti.

Possiamo a questo punto avvalerci, come una sapiente guida, dell’esortazione dello scrittore Joseph Rudyard Kipling, diventata involontariamente un motivo di ispirazione per molti tennisti, essendo in bella mostra nella hall più famosa del mondo del tennis: Wimbledon.

Scrive Kipling in una famosa  lettera al figlio:

Se riesci a far fronte al trionfo e alla rovina e trattare allo stesso modo questi due impostori…”.

L’autore esorta noi tutti a sbarazzarci delle illusioni, prendendone distacco, anche quelle inerenti alla vittoria e alla sconfitta; lo dobbiamo fare continuamente, dentro e fuori di noi, nel campo da tennis e, a maggior ragione, nei diversi campi dell’esistenza quotidiana.

GLI ASPETTI SPECIFICI DEL TENNIS COME METAFORA

Il tennis ci ricorda di guardare alla vita come ad un campo di incontro non di scontro.

Questa è la visione che gli ha dato vita.

Questo non significa giocare senza ambizioni di vittoria, bensì focalizzarsi sulla prestazione ancor prima che sul risultato, sul rispetto dell’avversario e non sulla sua denigrazione.

Si gioca lealmente e poi si ringrazia l’altro, il compagno di gioco, stringendogli la mano.

Si ringrazia perché senza l’altro quel gioco meraviglioso non avrebbe potuto aver luogo, nemmeno quel particolare “incontro” e noi non avremmo avuto modo di esprimere il nostro potenziale.

Dopotutto, la vita non è forse l’arte dell’incontro?

La rete che divide perfettamente in due parti il campo da tennis e che ci divide temporaneamente dal nostro compagno di gioco, o avversario se lo guardate con occhi puramente agonistici, non è un muro invalicabile, bensì un ponte che ci permette di lanciarci la palla, di scambiarla con la racchetta, lo strumento di cui ci avvaliamo per lanciare metaforicamente in avanti i nostri sogni, le speranze, le intenzioni, i desideri.

Nel frattempo seguiamo con precisione le regole proposte da un antico codice e da un consunto cerimoniale, a cui i giocatori hanno scelto di aderire, rispettandolo per intero e onorandolo attraverso il loro gioco.

Un gioco che si svolge in rispettoso silenzio durante le sue fasi attive.

Non è meraviglioso? Centinaia e perfino parecchie migliaia di persone che osservano in ossequioso silenzio le trame dei giocatori, come un dramma a teatro.

E poi c’è la palla. Già, la palla.

A mio parere è la vera protagonista: il tennista si “piega” quando la colpisce, inchinandosi ad essa, e poi la insegue per tutto il campo lasciandosi guidare dalle sue traiettorie e dall’intento che le imprimono i giocatori.

Tra tutti gli aspetti del gioco, la pallina da tennis è sicuramente quello che rende con più semplicità e completezza l’immagine del tennis come metafora della vita.

Potremmo parlare e scrivere pagine e pagine soltanto su di essa.

La palla, con la sua rotondità, descrive un cerchio e il cerchio è forse il simbolo più antico e rappresentativo della vita, quello più conosciuto e utilizzato dalla razza umana.

Ne sono un chiaro esempio i mandala, e la palla da tennis, in qualche modo,  ne è una rappresentazione sportiva, se si è capaci di guardare oltre: uno strumento per giocare, esprimersi, meditare, trascendere, elevarsi e realizzarsi.

La palla da tennis, una piccola sfera perfetta, diviene quindi espressione della vita, della terra, del mondo e del nostro viaggio intorno ad esso, mentre facciamo una serie di “incontri” e di esperienze, alcune di queste perfette, altre comunque necessarie e funzionali alla nostra crescita.

A volte vinciamo, altre impariamo.

Per questo motivo risultano esperienze perfette, se solo impariamo a guardare con la necessaria consapevolezza e la giusta intenzione.

Perché quello che veramente ciascun tennista cerca nel proprio intimo è proprio questo attimo di perfezione, di piena consapevolezza e integrazione, un attimo speciale in cui tutto riesce facile, soprattutto trovare il giusto timing e la corretta distanza dalla palla, e anche dal proprio ego e dai suoi costrutti mentali ed emozionali.

Lo ricerca mentre è nel campo da tennis, e poi anche fuori, negli altri campi in cui si gioca la propria vita.

E in questa situazione ideale, paradossale, di distacco partecipato e di attenzione rilassata, e soprattutto di integrità psicofisica, esegue il proprio miglior swing, il colpo perfetto, quello che “si è tirato” da solo, uscendo direttamente dall’ essenza, dall’ “anima” del tennista.

Quello è solo il primo di una serie di colpi che si inizia a giocare quando si ha la fortuna, l’abilità e il piacere di “ri-trovare” il proprio flow tennis, ovvero un’ esperienza ottimale di fluidità in azione. Un vecchio e caro amico, che ci mette la gioia nel cuore e il piacere di fare ciò che facciamo. E che facciamo bene.

Il flow è un magico, esaltante momento in cui l’esperienza è totalizzante e coinvolgente e ci eleva ad uno stato superiore, uno stato di grazia, che se abbiamo fortuna dura il tempo necessario per esprimere tutto ciò che abbiamo dentro, senza risparmio: il nostro bocciolo di rosa fresco e autentico, la nostra personale ghianda che ci consente di diventare, in questa appagante circostanza, una meravigliosa e possente quercia.

Come non riuscire a cogliere in tutto questo il tennis come metafora ?

Il noto psicologo junghiano James Hillman non utilizza il tennis come metafora della vita, bensì la ghianda; in questo contesto ci torna ugualmente utile per ricordarci il significato dell’esistenza e il cammino evolutivo di noi esseri umani, di cui possiamo avvalerci considerando il tennis come metafora e non solo come sport agonistico, a qualsiasi livello comunque lo giochiamo.

Quello che davvero conta, in tal senso, è solo l’atteggiamento con cui giochiamo: come delle piccole ghiande che cercano di diventare querce maestose, ricordandoci di vivere e di onorare il tennis come metafora ed espressione di qualcosa di ben più grande ed importante, ossia la vita.

Hillman si avvale della metafora della ghianda che diventa quercia per evidenziare la presenza di una sorta di codice dell’anima insito in ciascun essere umano, che si nasconde dietro il concetto di chiamata all’azione, di sfida in senso tennistico.

Per Hillman, la ghianda che diventa quercia esprime esattamente il concetto di potenziale insito nella natura umana e della spinta innata e naturale a realizzarlo, una volta depurato dalle possibili interferenze. Secondo l’autore, le querce, emblema delle potenzialità  personali espresse interamente, portano in sé le ghiande, manifestazione del potenziale che è insito ma che deve ancora tradursi in toto.

Quel potenziale che ogni tennista spera di manifestare ogni volta che scende in campo, cercando in questo modo di onorare inconsciamente la vita.

Hillman ritiene esista una motivazione intrinseca che induce appunto, prima o poi, qualsiasi ghianda a cercare di diventare quercia e occorre sostenere questa naturale pulsione, che si manifesta in termini di ispirazione, vocazione o semplicemente a cui diamo il nome di carattere, che è un’espressione unica ed irripetibile, proprio come ogni tennista lo è a suo modo.

A tal proposito lo psicologo Carl Gustav Jung rincara la dose affermando:

“In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo, la vita è sprecata”.

Tale essenza è quel bocciolo di rosa citato dall’autore de “La partita interiore”, Tim Gallwey:

“Una rosa è una rosa dal momento in cui è un bocciolo a quello in cui appassisce e muore. Da quel primo momento fino alla fine contiene il suo intero potenziale. Apparentemente sembra seguire un processo di costante cambiamento, invece in ogni condizione, in ogni istante, è perfettamente se stessa.

Per un tennista, come per chiunque, il primo passo nella giusta direzione è vedere e sentire ciò che sta facendo, cioè aumentare la consapevolezza di ciò che realmente è”.

L’essenza cui si fa qui riferimento è una pulsione e l’istinto naturale di esistere ed essere  che ci spinge ad agire e a fare le cose in un certo modo, che è proprio quello giusto per noi, il modo in cui la nostra essenza desidera manifestarsi, in ogni campo della vita.

L’essenza a cui non sempre diamo retta, nello sport come nella vita, sui campi da tennis e nei campi più disparati, e così facendo ci precludiamo la possibilità di agire con resilienza, in accordo con la nostra natura e con le esigenze del momento. E, soprattutto, allontaniamo da noi la felicità.

Quella stessa felicità che possiamo ritrovare, almeno in piccole ma corroboranti dosi, ogni qualvolta riusciamo a considerare e vivere il tennis come metafora della vita, ricavandone tutti i necessari e preziosi insegnamenti.

Parola di Coach ! gianfranco santiglia parola di coach


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