Lao Tzu, il controverso personaggio vissuto in Cina nel v secolo avanti Cristo, filosofo a cui è attribuita la preziosa opera “Tao Te Ching”, riconosciuto sicuramente come uno dei padri fondatori del Tao, ribadiva frequentemente l’importanza di conoscere se stessi e gli altri, soprattutto quando si tratta del nostro avversario .

Secondo il suo autorevole parere, conoscere gli altri ci rende senza dubbio delle persone sagge, ma conoscere veramente noi stessi ci rende illuminati.

La conoscenza interiore è senza dubbio la prima acquisizione fondamentale nel cammino della vita, il conseguimento necessario per assicurarci dei significativi vantaggi nella vita d’ogni giorno.

Nell’ottica di una sfida, parallelamente alla conoscenza personale ci orientiamo verso la conoscenza degli altri elementi che caratterizzano la prova da affrontare.

Se desideriamo assicurarci una vittoria in una qualsivoglia sfida, dopo aver considerato perfettamente  nel post precedente quelle che sono le informazioni su di noi, in merito a risorse interiori, interferenze e comportamenti specifici, dobbiamo poi riversare questa stessa analisi indirizzandola al nostro contendente.

Nel caso non esista nella sfida un contendente diretto, un avversario immediatamente riconoscibile, occorre ritornare a concentrarsi su tutti quegli aspetti che riguardano la nostra cosiddetta partita interiore, considerando e trattando l’avversario come interno, rivolgendoci poi a tutti quegli elementi che costituiscono la prova in sé, come se in effetti sia anche questo l’elemento antagonista, il contendente.

Quanto più diventerà approfondita tale conoscenza, quanto più aumenteranno le nostre possibilità di successo, qualsiasi campo, terreno e forma assumerà l’incontro-scontro.

Trattare noi stessi come il nostro vero, unico avversario aumenterà inoltre il nostro impegno nel concentrarci ulteriormente su di noi per domare ogni possibile elemento che alimenti le interferenze interiori nocive.

Un ultimo accorgimento: il nostro avversario non ci è nemico, tu non trattarlo come tale.

“Ama il tuo nemico” ribadiva Gesù, così come altrettanto hanno fatto altri autorevoli maestri spirituali, invitandoci alla totale accettazione. Beh, se anche non arriviamo a coltivare l’amore nei confronti dei nostri “nemici”, e sarebbe forse impossibile nei confronti di alcuni di loro e in certe circostanze, possiamo però guardare ai nostri avversari non come nemici, ma come i nostri possibili maestri, in quanto ciascuno di loro ha almeno una cosa utile da mostrarci, che possiamo apprendere e fare nostra.

Qualcosa nello stile, nell’atteggiamento, nelle intenzioni, nella forma e nei contenuti.

Insomma, i nostri “nemici”, talvolta, sono i nostri migliori maestri, se impariamo a guardarli anche in quest’ottica costruttiva.

LE 3 CHIAVI D’ACCESSO PER RICONOSCERE IL TUO AVVERSARIO E LA PROVA IN SÉ

Ecco nello specifico i 3 elementi che maggiormente ci aiutano a riconoscere la qualità del nostro antagonista:

  • Risorse interiori.
  • Ostacoli interiori.
  • Comportamento de-potenziante.

1 RICONOSCERE LE RISORSE INTERIORI DEL TUO AVVERSARIO

L’avversario o la sfida che comunque ti appresti ad affrontare ti daranno sicuramente del filo da torcere.

Se ti sei scelto un obiettivo sufficientemente sfidante e non sei uno di quelli a cui piace vincere facile, ti trovi senza dubbio a doverti a questo punto confrontare in una contesa il cui esito è incerto e solo offrendo il meglio di ciò che hai a disposizione puoi pensare e sperare di portarla dalla tua.

Se l’autoconoscenza cercata nel precedente passaggio aveva come intento la massima resa, la conoscenza dell’avversario e della prova con cui confrontarci hanno come obiettivo quello di disinnescare quanto più possibile la forza avversa con cui ci confrontiamo.

Dobbiamo innanzitutto individuare e capire ogni possibile risorsa con cui ci troveremo a doverci confrontare.

Conoscere e aspettarci la forza d’urto che ci troveremo di fronte ci aiuterà a far fronte all’evento con buone possibilità di reggere l’impatto senza venirne sopraffatti, soprattutto all’inizio, dove la forza d’urto si fa maggiormente sentire.

Si potrebbe obiettare che una tale concentrazione sugli aspetti a noi avversi moltiplichi in qualche modo la nostra considerazione in merito a questa forza, ma è un rischio che dobbiamo correre se non vogliamo sottovalutare ciò che ci aspetta.

Un rischio che possiamo sicuramente sopportare e superare se ne chiariamo subito l’intento, che non è certo quello di sminuire noi stessi o esaltare la forza altrui, quanto soltanto di considerare adeguatamente ciò che ci aspetta in modo da disinnescare il pericolo.

Riconoscere il valore altrui non è depotenziante nei nostri confronti e fa parte di un legittimo agire che incrementa la nostra conoscenza e la possibilità di utilizzarla secondo un copione vincente.

2 RICONOSCERE GLI OSTACOLI INTERIORI DEL TUO AVVERSARIO

Ora, il copione cui facevamo riferimento poc’anzi prevede la conoscenza non solo dei punti di forza ma anche dei punti deboli dell’avversario, in modo da lasciarci automaticamente suggerire come vincere il gioco con cui ci stiamo confrontando, che mi piace comunque arrischiarmi a definire interiore, secondo le sagge indicazioni offerte brillantemente da Tim Gallwey.

Definirlo interiore indipendentemente se abbiamo un reale avversario di fronte o meno, ci aiuta a renderlo più intrigante e meno competitivo, riducendo l’aggressività a creativa reattività e orientandola verso binari più consoni e costruttivi.

Inoltre, continueremo a restare perfettamente centrati in noi anche se dedicheremo una parte della nostra attenzione al nostro avversario e all’attività in sé.

Ritornando all’ipotesi di avere un contendente di fronte, magari pure in carne ed ossa e non soltanto virtuale, riprenderemo a studiarlo adeguatamente con un occhio speciale, dedito a catturare i suoi possibili deficit e le mancanze. Se riusciamo a comprendere quali sono le linee nemiche più indifese, aumenteranno anche le nostre possibilità di potervi fare breccia.

Il principio da tenere presente è che ciascuno di noi ha comunque almeno un punto debole, un tallone d’Achille, un nervo scoperto che duole tanto più quanto il momento diventa delicato.

È proprio in questi frangenti di alta tensione e di pressione interiore cui siamo sottoposti che il nostro tallone diventa ancora più fragile e vulnerabile.

Naturalmente, anche quello del nostro avversario, ed è proprio lì che dobbiamo convergere i nostri sforzi e mirare con precisione, senza abbandonare la presa stretta finché non si sono ottenuti i risultati prefissi. In questo caso, individuare il punto debole in cui fare breccia per sferrare l’attacco decisivo.

3 RICONOSCERE IL COMPORTAMENTO DE-POTENZIANTE DEL TUO AVVERSARIO

Ecco, quanto abbiamo imparato a conoscere sinora in merito al nostro contendente e al suo modo specifico di agire, per giocare il nostro gioco comune, deve adesso essere elaborato dalla nostra banca dati.

L’intento è quello di servirci di tutte queste preziose informazioni allo scopo di depotenziare il comportamento del nostro avversario rendendolo inoffensivo, sempre nel caso ce ne sia almeno uno davanti a noi, in carne ed ossa.

Come possiamo farlo uscire dalla sua zona di confort?

Come possiamo delegittimare il suo potere, rendendolo vano quanto più possibile?

Qui occorre incrociare tutti i dati disponibili, i nostri e quelli dell’antagonista, individuando una situazione strategica ideale che possa esaltare noi limitando la forza altrui.

Certo, non sarà una soluzione facile, ma sarà proprio quella a garantirci il successo.

In questo specifico caso non si tratta tanto di giocare le nostre migliori carte, quanto di non lasciare che il nostro avversario possa giocare le sue carte migliori. In questo modo limiteremo la portata della sua forza, costringendolo a contrarsi anziché lasciare che si espanda in ogni possibile direzione.

Come?

Per esempio mettendolo continuamente sotto pressione in quei punti deboli evidenziati in precedenza, senza dargli tempo né modo per organizzarsi, togliendogli energia e sicurezza in tutti i modi possibili.

Il nostro avversario deve avere integrato a questo punto la sensazione che la strada è in salita e tutto si è fatto difficile, in modo che anche la certezza e l’efficacia del suo agire ne risentano.

Parola di coach! gianfranco santiglia parola di coach

 


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