Le 5 ferite rappresentano le nostre più comuni sofferenze psichiche ed emozionali, quindi vale sicuramente la pena conoscerle più a fondo.

L’argomento è piuttosto complesso e delicato, come avrai letto in ALLA RADICE DELLE FERITE INTERIORI.

Le accurate descrizioni che seguono sono necessarie per poterle individuare correttamente, senza fare confusione. Talvolta, infatti, queste ferite sembrano intrecciarsi l’una all’atra; raramente camminano da sole.

RIFIUTO

Il rifiuto è tra le 5 ferite dell’animo la prima a manifestarsi.

È una ferita molto profonda e si presenta nel bambino precocemente, spesso ancor prima di nascere; il feto  la può avvertire difatti già nel grembo della madre attraverso i suoi umori, le aspettative disilluse, la sua pulsione al rifiuto del nascituro, o anche dopo, nel caso avverta il rifiuto successivo di uno dei due genitori o di entrambi.

Tra le ferite è anche la più dolorosa perché riguarda la totalità dell’essere umano che si percepisce respinto nel suo diritto ad essere ciò che è e, persino, a manifestarsi ed esistere.

La controparte fisica dell’aspetto psicoemtotivo inerente a questa ferita prende forma con un corpo scarno, contratto, molto magro, quasi frammentato, incompleto, asimmetrico.

La maschera psicologica che viene indossata per negare la ferita è quella del fuggitivo: la persona con la ferita da rifiuto attiva trova infatti diverse modalità per non attaccarsi a persone, cose e situazioni. Per questo si sente spesso, diversa, incompresa, sola, persino invisibile. Le piace appartarsi, scomparire e cerca spesso la solitudine.

La paura è la sua emozione prevalente, la quale nei casi più dolorosi diventa spesso panico per la propria condizione e per l’incapacità di sostenerla…da sola.

“Solitudine” è proprio uno dei termini più ricorrenti del suo vocabolario, con tutti i possibili sinonimi e  le parole derivate, insieme a “scappare”, “scomparire” e “niente”.

E niente, una nullità, è proprio il modo in cui spesso si sente, condizione a cui l’individuo cresciuto con la sensazione permanente del rifiuto cercherà di reagire attraverso la necessità di risultare perfetto, impeccabile e ineccepibile, trovando in questo atteggiamento un possibile appiglio per essere accettato e non respinto.

Quando si sente rifiutato diventa evanescente, invisibile, si rende irreperibile e non si fa più vedere per lungo tempo, fuggendo via, lontano dagli occhi e dal cuore.

Spesso soffre di malattie della pelle e disturbi cutanei, che rimarcano il suo ambivalente rifiuto/desiderio di contatto, così come alterna odio/amore per i suoi simili.

Più la ferita da rifiuto si dimostra aperta e più chi ne soffre troverà dei pretesti per sanarla, attirando a sé dei motivi per essere rifiutata e rifiutare a proprio volta, fino a comprendere il modo per chiudere positivamente il cerchio senza continuare a mordersi dolorosamente la coda, autoinfliggendosi inutili punizioni.

ABBANDONO

La persona afflitta dalla ferita da abbandono avverte su di sé tutta la difficoltà di non riuscire da sola a sostenere se stessa ed avverte la necessità, l’impellente bisogno, di avere qualcuno accanto a sorreggerla continuamente.

Da questa radicale motivazione psicologica ed emozionale si sviluppa e manifesta il suo fisico floscio ed ipotonico, allungato ma impoverito, con grandi occhi tristi, impauriti e sperduti; le gambe sono deboli, incapaci di sostenere, il carattere del tutto dipendente dagli altri, incapace di fare e realizzare da solo.

Il dipendente è il nome e la fisionomia della maschera dietro cui si nasconde, che indossa allo scopo di cercare di limitare la propria sofferenza attraverso una modalità comportamentale simbiotica che, inevitabilmente, attarda il necessario processo di crescita interiore e autonomia.

La persona, allora, quando risprofonda suo malgrado nella ferita, è riportata alla condizione infantile di bambino, rievocando il momento stesso in cui per primo si sono manifestati i sintomi di quella particolare ferita.

Solitamente questa ferita incomincia a svilupparsi quando, nella relazione ancora simbiotica con la madre, o con chi si occupa di lui, il bambino avverte da parte di quest’ultima figura  un temporaneo allontanamento che percepisce inevitabilmente come un abbandono. Si creerà di conseguenza una maschera adeguata, quella del dipendente, allo scopo di evitare quanto più possibile la sofferenza legata all’abbandono.

Come?

Facendo in modo di dipendere in tutto e per tutto dagli altri, richiamando continuamente la loro attenzione.

Molto spesso la ferita dell’abbandono non è disgiunta da quella del rifiuto, creando nell’individuo un cocktail particolarmente doloroso.

In questo caso la paura della solitudine diventa esasperata, incontrollabile e intollerabile, al punto da cercare sempre qualcuno pur di non restare soli.

Nel tipo dipendente anche il vocabolario ne risente, in cui ha una particolare eco la parola “lasciare” e, naturalmente, i sinonimi.

Molto spesso il desiderio di fagocitare, incorporare e introiettare l’altro, la sensazione di mancanza di nutrimento affettivo e la dipendenza caratteriale inducono le persone che soffrono di sindrome dell’abbandono a rifarsi nel cibo, nei confronti del quale sviluppano una elevata bulimia e dipendenza.

Sul piano psicosomatico si possono somatizzare anche disturbi relativi alla respirazione e all’improvvisa mancanza di aria, come l’asma e la bronchite, e per altri versi anche l’ipoglicemia e il diabete, connessi alla difficoltà di metabolizzare gli zuccheri che, paradossalmente, il dipendente ingerisce in grande quantità.

Tra tutti i caratteri e le relative maschere messe su per nascondere le 5 ferite , il carattere dipendente è quello che maggiormente si predispone a diventare vittima, in quanto la persona in questione delega pericolosamente tutto il potere e la propria forza interiore nelle mani di qualcun altro.

Questo atteggiamento lo porta spesso ad attirare la pietà e l’attenzione altrui, persone alle quali poi si aggrappa chiedendo continuamente consiglio, sostegno, nutrimento, supporto emotivo e psicologico.

UMILIAZIONE

L’umiliazione incarna la ferita di quanti avvertono spesso la sensazione di sentirsi svergognati, sminuiti, degradati, mortificati, indegni, umiliati, appunto.

Tale ferita si attiva in modo particolare nel periodo della nostra infanzia in cui ci viene richiesto dai nostri genitori ed educatori, interiorizzati in termini di controllori, di iniziare a controllare i nostri principali bisogni fisiologici e le corrispettive funzioni connesse al corpo fisico.

Le critiche ripetute ricevute in tal senso in relazione alla propria relativa incapacità, origina, rinforza e aggrava questa ferita. Ma anche l’aleggiante sensazione di vergogna connessa al corpo fisico e alla sessualità che il bambino respira in famiglia durante i suoi primi anni di vita, così come l’eccessivo controllo esercitato nei suoi confronti e i continui biasimi e rimproveri reiterati possono contribuire a predisporre il bambino verso la ferita indotta dall’umiliazione.

Il tentativo di reggere all’onda d’urto provocato da questa ferita induce chi soffre a causa dell’umiliazione a rifugiarsi nella maschera del masochista, nascondendosi dietro di essa.

L’atteggiamento del masochista è proprio di coloro che non ripudiano affatto la sofferenza, ma anzi la esaltano provandone quasi gusto, piacere, soddisfazione.

Difatti, considerando la sofferenza come inevitabile le vanno direttamente incontro, facendosi almeno trovare preparati.

Il masochista intossicato dalla ferita inferta dall’umiliazione tenderà a cercare e ad attrarre inconsciamente tutta una serie di situazione penose per cui continuare a sentirsi umiliato e a soffrire. Farà in modo, cioè, di farsi del male punendosi in questo modo da sé, prima che lo facciano gli altri.

Come?

Autoumiliandosi.

Una condizione perenne che porta l’individuo a percepirsi sporco interiormente e, di conseguenza, a trovare mille ragioni esteriori per cui darsi ragione e manifestare il corrispondente impaccio, per esempio nel corpo, nei vestiti, nelle azioni, nel sentire.

Il proprio fisico risulterà di conseguenza mortificato in una delle sue parti o anche in tutto il corpo in relazione a quanto risulta intensa, grande e profonda la ferita da umiliazione.

In generale, il corpo del masochista con questa ferita si rivela grasso, tondo, rigonfio, tuttavia molti riescono con mille sforzi a tenere sotto controllo il proprio peso, ma mai del tutto a nascondere il proprio corpo impacciato né i propri comportamenti.

Il masochista è portato ad esagerare quando si tratta di alimentarsi: o si concede dosi eccessive di cibo grasso, molto condito, o razioni molto stringate, come per compensare gli attimi pericolosi di voracità: un’alimentazione comunque disordinata e irregolare, con cui si ri-compensa, gratifica o si punisce, con conseguenti disturbi a carico di fegato, pancreas e tiroide.

Sul piano del fare diventa spesso efficiente in modo da non venire controllato e si fa carico da sé di oneri e obblighi per dimostrarsi solido, affidabile, capace, degno di fiducia, come nel suo profondo sente di non meritare, dato che ricorda e rivive spesso gli antichi rimproveri a causa della sua perdita di controllo, e ne prova pena e vergogna.

Procurandosi di continuo impegni evita anche di sentirsi del tutto libero, perché ha paura di non saper gestire del tutto la condizione che consegue alla libertà di essere e di fare per conto proprio.

Ha difficoltà a prendere consapevolezza dei propri bisogni e ad esprimere le proprie vere necessità, le fantasie come pure i desideri più autentici, in quanto da bambino aveva paura, facendolo, di essere criticato, giudicato, rimproverato umiliato, svergognato.

Per questa ragione, da bambino come pure da adulto, si rivela ipersensibile e refrattario nei confronti delle critiche, da cui si sente subito sminuito e offeso.

TRADIMENTO

La ferita del tradimento si attiva in modo specifico nel periodo connesso all’insorgere del complesso edipico, quando sviluppiamo una forma particolare di attrazione nei confronti del genitore di sesso opposto al nostro e facciamo di tutto per ottenere attenzione ed affetto da parte di questa figura.

Il complesso viene in pratica superato quando il bambino riconosce l’importanza e l’amore per entrambe le figure genitoriali e per le loro diverse funzioni.

È il periodo in cui incominciamo a maturare e a differenziarci sessualmente e prendiamo consapevolezza e contatto con la nostra energia sessuale, che è anche una forza vitale creativa.

L’investimento sessuale, emozionale, affettivo e psichico per il genitore di sesso opposto al nostro deve pertanto essere ad un certo momento “ritirato”, ridefinito e ridistribuito in termini equi e legittimi nei confronti di entrambi i genitori, rientrando così nella “norma”.

La cosiddetta normalità potrebbe ritardare o anche degenerare nel caso uno dei genitori, particolarmente dedito a se stesso, utilizzasse nei confronti del proprio figlio, più o meno inconsciamente o deliberatamente, l’arma della seduzione per plagiare, legittimare ed esasperare il proprio controllo sullo stesso, violandolo e manipolandolo per conseguire i propri fini.

In questo modo entrambi, genitore e figlio, cercheranno di essere speciali e indispensabili l’uno per l’altro.

Con tali premesse, il bambino investe una totale fiducia nel genitore e avvertirà sulla propria pelle qualsiasi promessa non rispettata adeguatamente dall’altro come una rottura inevitabile del loro tacito patto e, ancor peggio, come un personale tradimento.

Allo scopo di evitare la sofferenza inerente al tradimento, il bambino incomincia a indossare la maschera del controllore. Infatti, la sua sofferenza originaria è stata causata dalla convinzione che il genitore da cui era attratto non abbia mantenuto fede alla parola e alle proprie azioni in merito alle aspettative e alla fiducia che il bambino aveva riposto nell’adulto. Fiducia è proprio la parola chiave del suo vocabolario, quella più usata e abusata, e la sua massima paura è vedere smarrita la fiducia riposta in sé e negli altri.

Il bambino, crescendo, ha maturato un carattere all’insegna della forza, dell’impegno, della fedeltà, dell’affidabilità e della responsabilità, e del relativo controllo che esercita per vigilare su tali comportamenti anche quando esercitati dalle altre persone con cui è coinvolto.

Il proprio limite è spesso la diffidenza nei confronti degli altri, di cui sente di non potersi fidare fino in fondo. Pertanto, mantiene spesso un atteggiamento guardingo indugiando sul chi va là, mai del tutto coinvolto, sempre attento a non farsi cogliere impreparato.

Il corpo muscoloso e possente che di conseguenza si crea su misura il controllore e l’atteggiamento impettito e integerrimo sono un tentativo di reggere l’urto causato da tutti i possibili impegni responsabili che desidera portare a termine in prima persona, o indirettamente, vigilando sull’operato altrui, verso i quali il controllore nutre sempre molte aspettative.

Tutto deve svilupparsi e muoversi secondo i piani previsti dalla sua mente vigile, la quale desidera esercitare una forma di continua supervisione e controllo generale su tutto ciò in cui si applica.

Una concentrazione psichica che diventa anche energetica e somatizzata fisicamente: nell’uomo è più evidente all’altezza del torace e nella donna all’altezza del giro vita, del ventre, dei fianchi possenti e delle cosce robuste, sviluppando la classica fisionomia a pera.

In generale, questa tipologia di persone, toniche, muscolose e robuste, si rivela molto fisica, combattiva, energica, psicoemotivamente forte, padrona di sé e del proprio spazio.

Il controllore cerca di prevedere tutto per potere avere tutto sotto il proprio controllo, in modo da poter gestire ogni situazione senza complicazioni mantenendo sempre l’iniziativa.

Esistono senza dubbio degli aspetti in comune nelle persone che temono di essere abbandonate o tradite, al punto che possiamo considerare in qualche modo queste due ferite connesse: l’abbandono può infatti anche essere stato recepito come una forma di tradimento, e viceversa, un rinnegamento rinnovato successivamente in un’altra forma.

INGIUSTIZIA

La ferita da ingiustizia è, nell’ordine, l’ultima a manifestarsi e inizia a svilupparsi nel bambino durante il suo percorso di autonomia e crescita consapevole, mentre prende coscienza di sé e della propria specificità.

Dato che essenzialmente esercitare un atto di giustizia significa riconoscere il merito e il valore di ciò che è, con equa oggettività, il bambino vive ogni forma di parzialità e di mancata equità, nei propri confronti o in quelli altrui, come un vero e proprio attentato irrispettoso alla propria essenza e integrità.

Una mancanza di rettitudine che recepisce come una negazione e un disconoscimento del proprio valore.

Un’ingiustizia che avverte forte anche quando non lo riguarda direttamente, ma che ugualmente sente sulla propria pelle, per effetto dell’empatia, quando per esempio coinvolge qualcuno o qualcosa in cui riesce a immedesimarsi.

E se chi soffre della ferita da ingiustizia non riesce a mandare proprio giù quelle situazioni in cui si è percepito defraudato di un proprio diritto, altrettanto indigeste risultano quelle situazioni in cui sente di essere stato in qualche modo favorito.

L’ingiustizia in ogni sua forma gli risulta intollerabile.

Il modo in cui il bambino, e poi anche l’adulto, sceglie di proteggersi da questa ferita è di cercare di non “sentirla”, fino a mettere a tacere tutto il proprio vissuto e sentire emozionale.

La conseguente psicosomatizzazione evidenzia una tipologia di persona rigida, nel corpo e nello spirito, che spesso diviene inflessibile, al punto da mettere i principi sopra e prima di tutto, anche prima e al di sopra delle persone e dei loro sentimenti. Rigidità che viene scambiata spesso per disciplina, confusa per rettitudine, talvolta anche dal soggetto stesso.

Rigido è appunto il tipo di maschera e di personalità manifestata da coloro che soffrono di questa ferita e che cercano inconsciamente di ripararsene, evitandone la sofferenza con la capacità di mettere a tacere il proprio sentire.

Ma è possibile escludere del tutto il proprio sentire?

Si può forse evitare di dargli retta, ma non di percepirlo, non in modo assoluto.

L’eco interiore avrà comunque delle evidenti ripercussioni, nell’inconscio come anche nel corpo, portato a somatizzare diversi aspetti connessi all’irrigidimento. Una rigidità che l’individuo afflitto dall’ingiustizia si porta dietro anche quando è nei suoi momenti di relax e nelle posture di rilassamento, come se ci fosse sempre una posizione da difendere, un principio e un diritto da salvaguardare: questo aspetto è insieme la sua più grande forza e il limite più evidente.

Caratterialmente il rigido è spesso portato a un eccesso di perfezionismo ed è la perfezione ciò che in ultima analisi cerca in ogni occasione, con esigenza e intransigenza nei propri confronti, e in quelli altrui; una ricerca che lo porterà a individuare ogni plausibile giustificazione per ogni suo tipo di comportamento, giustificazione nella quale finisce per credere fermamente.

È difficile fare cambiare idea a questa tipologia di persona perché si difende ad oltranza o si chiude in sé, con caparbia ostinazione e cocciutaggine.

Ha paura di sbagliare e anche di ammettere i propri errori, quindi difficilmente fa dietro front una volta imboccata una strada, anche a costo di farsi male. Sì perché, nel suo caso, la coerenza è un valore importante quanto la trasparenza e meritano entrambi di essere salvaguardati a qualsiasi costo, anche a quello di risultare infelice.

Ecco, se ad una persona sofferente a causa di questa ferita non ancora rimarginata si chiedesse se preferisce avere ragione o essere contenta, immancabilmente penserà e vi dirà che la ragione viene prima di ogni cosa, e se non si può conciliare con la felicità, allora il rigido può anche farne a meno.

Ciò che più conta per il rigido che cerca di riparare all’ingiustizia originaria è di intraprendere l’azione considerata giusta dal punto di vista della propria coerenza interiore, che guarda e si rifà esclusivamente alla propria concezione interna di giustizia, la quale svetta su tutto, in modo freddo, impassibile, impeccabile.

L’ingiustizia, indirettamente, è anche una forma di rifiuto.

Non è del tutto scorretto individuare allora dei tratti in comune tra rifiuto ed ingiustizia.

Dopotutto, quando si subisce un’ingiustizia evidente si può avere anche la sensazione di essere stati rifiutati nel profondo. E l’essere rifiutati è sicuramente una profonda ingiustizia.

 


 

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4 commenti. Nuovo commento

Grazie, è stato molto utile per cercare di capire le mie di ferite, anche se mi ritrovo in più descrizioni. Le chiedo: è possibile avere più di una grande ferita in evidenza e con le problematiche che le accompagnano?

Gianfranco Santiglia
1 Febbraio 2017 10:26

Sicuramente le cose non sono mai così nette come le rappresentiamo e la linea di confine è in verità molto sottile.
Così è anche per le nostre ferite, che si intrecciano immancabilmente.
Tuttavia è anche probabile che una, o forse due, incideranno maggiormente nella vita di molti di noi.

Si Si, sono ferite tutte ben visibili in noi esseri umani, ma la cosa veramente triste è che nasciamo già con queste problematiche…

Gianfranco Santiglia
1 Febbraio 2017 10:23

Nasciamo tutti in certe condizioni e con un determinato bagaglio.
Abbiamo tutti in mano carte differenti, eppure quasi sempre sufficienti per condurre vite felici e realizzate.
Perché allora questo accade così di rado?
La verità è che nessuno ci insegna veramente l’indispensabile, ad incominciare dalle istituzioni.
Non ci viene spiegato come utilizzare al meglio noi stessi.
Per questo ho deciso di offrire il mio contributo in tal senso.
Spero David di esserti stato utile, nel caso continua a seguirmi.

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