Borg e McEnroe sono un pezzo fondamentale della storia del tennis e senza di loro la stessa narrazione tennistica mancherebbe di una tessera indispensabile per il prezioso mosaico.

Per questa ragione, e non solo, il loro racconto è diventato anche un film, nel 2017, peraltro premiato adeguatamente dalla critica proprio come meritava.

Ne è venuto fuori un bel film ottimamente realizzato, che mette in luce gli aspetti mentali del nostro sport con tutte le sue difficoltà, a partire da quelle inerenti al gioco interiore: la partita,  spesso oscura e drammatica, che ciascun giocatore disputa contro di sé, ancor prima che con l’avversario.

Ma oltre a questi conflitti psichici che il film fotografa perfettamente, emerge anche uno spaccato fedele e un documento autorevole che ripercorre la storia del tennis attraverso una serratissima rivalità tra due tennisti completamente opposti, per indole, orientamento, carattere, stile di gioco e quant’altro.

Una diversità e una accesissima rivalità che non ha impedito loro di rispettarsi e onorarsi in campo, alzando ogni volta l’asticella della propria prestazione nel tentativo legittimo di superarsi.

È esattamente quello che, negli anni successivi, è accaduto anche a Sampras e Agassi e ora a Federer e Nadal.

Come ben sappiamo tutto lo sport si nutre di queste superbe rivalità che si manifestano come diversità che si arricchiscono e completano vicendevolmente.

Questa è proprio la sensazione che si ha guardando il film, in cui ci si schiera di volta in volta per l’uno o per l’altro,  poiché la narrazione del film ci consente di comprendere e di accettare le ragioni di entrambi, attraverso la loro autenticità e coerenza dimostrate nell’azione.

Per chi dunque non ha vissuto direttamente  quei fantastici anni di storia del tennis , quelli di Borg e McEnroe, vale senz’altro la pena di vedere il film: non resterà deluso. Così come non resteranno delusi coloro che, come me, hanno vissuto più da vicino quell’accesa rivalità e poi l’hanno rivista nel film.

Una rivalità che attraverso i loro stili di gioco ha permesso di compiere un passo decisivo in avanti dal punto di vista tecnico, soprattutto nella direzione del rovescio bimane, del top spin esasperato, ma anche dell’improvvisazione con repentine accelerazioni. Insomma questi erano Borg e McEnroe: il metodico e il creativo; le due metà del nostro cervello che si incontrano.

IL FILM

Il film è il racconto avvincente epico, della finale di Wimbledon del 1980, nel giorno del 5 luglio per la precisione. Lo ricordo bene!

Una partita indimenticabile e il film si concentra in modo particolare sul bellissimo e interminabile tie break del 4° set, con continui capovolgimenti di fronte.

Una partita, un set, un tie break definiti tra i più belli della storia del tennis e il film, diretto da Janus Metz Pedersen, gli rende del tutto merito, per quanto possibile.

Ottime anche le interpretazioni dei protagonisti: Shia LaBeouf nei panni di McEnroe, Sverrir Gudnason in quelli di Borg e  Stellan Skarsgård in quelli dell’enigmatico allenatore di Borg, Lennart Bergelin.

Una pellicola canadese di 107 minuti che vale senz’altro la pena di essere vista.

Così come vale la pena di essere vista e rivista quella finale entrata negli annali della storia del tennis e vedendola e rivedendola capirete anche il perché!

Buona visione.

Parola di Coach! gianfranco santiglia parola di coach

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